Agorafobia francese

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Vivendo in Francia ci si abitua ad un sacco di cose.
A lavarsi di meno.
A rispettare i codici a botte di decine e decine di “bonjour”.
A non usare l’ombrello qualsiasi cosa accada.

Ma soprattutto, ci si abitua ai parchetti angusti.

Quando stavamo cercando casa, avevo un sogno: vivere davanti al Luxembourg. Mi immaginavo passeggiare spingendo la carrozzina sotto il tiepido sole d’inverno, circondata da giovani artisti, pittori spiantati e musicisti talentuosi e sfortunati.

Poi ho aperto gli occhi, sbattendo contro i costi degli affitti della zona.
E vabbeh, spostiamoci un po’. Mica troppo, sono bastati dieci minuti a piedi, ma insomma, adieu Luxembourg. Mi sono detta, ci sarà un cavolo di parchetto intorno. Guarda, marito, vedi sulla cartina?, c’è un pezzo verde, è di sicuro un bel giardino!
Ma. Non avevo considerato due cose fondamentali:

1. Le distanze sulla mappa non sono veritiere
2. Il nostro e il loro concetto di giardino non coincidono

Le caratteristiche tipiche del parchetto locale (da non confondere con gli jardins, tipo il Luxembourg, dove i bimbi al massimo possono rotolarsi nel terriccio accanto ai poneys perché sul prato è vietato camminare) sono:

– metratura massima di 10mtq, in genere riempita da passeggini doppi, tripli, quadrupli
– presenza dell’inconfondibile bac à sable, quello in cui le mamme lasciano che i figli paciughino con l’acqua e tu riporti tua figlia a casa completamente zuppa di fango (maledette, MALEDETTE)
– le panchine, quando presenti, sono tutte occupate dalle tate. Di colore. Molto grosse. E io non ho niente contro le tate di colore, ma voi non siete mai stati al parchetto con loro: urlano così tanto per parlare tra di loro che tu non senti la tua stessa voce, figuriamoci quella di tuo figlio che ti urla “mamma, aiutooooo, mi strooooozzaaaa”
– le suddette tate non cagano di striscio i bimbi. Ma zero, non se li filano. E tu vedi questi bambini di cinque anni che si spenzolano da un albero, si lanciano dal tetto del castelletto, buttano giù dallo scivolo tuo figlio di due anni; spesso si picchiano violentemente, ma nessuno interviene; mangiano la sabbia, la merendina dell’amico caduta sopra le cacche dei piccioni, le ciocche di capelli dei barboni, ma niente
– c’è una nota positiva: i bambini posso osservare gli animali da vicino; in genere sono topi e piccioni, di cui mia figlia, parigina DOC, va pazza, ma potrebbero anche farsi vivi pantegane e serpenti, on ne sait jamais
– le poche mamme presenti non ti rivolgeranno mai la parola; non è come da noi, “quanti anni ha il suo?”, “oh, mi scusi, mio figlio ha preso la palettina del suo”, “viene spesso qui?”, insomma, qualsiasi cosa pur di attaccare bottone; macché, qui sei trasparente, e te ne fai una ragione
– se hai appena comprato l’attrezzatura da spiaggia, ricordati che verrà risucchiata dal bac à sable, o ingurgitata da uno dei bimbi affidati alle tate di cui sopra, o usata come pitale da un clochard 
Insomma, io detesto i parchetti parigini. Quando proprio sono obbligata ad andarci, mi armo di santa pazienza, metto a mia figlia i peggiori vestiti che ha, resto in piedi tutto il tempo a controllare che non venga uccisa, mangiata, assalita da una pantegana. Poi, anche volessi sedermi, i posti sono occupati (vedi sopra). 
Altrimenti, come per il cibo, mi affido alla scuola. Non ho avuto l’appartamento vista Luxembourg, ma la scuola sì. E ce li portano pure. Cosa volere di più?
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