domenica 10 novembre 2013

Chi è Malala? Io sono Malala.

E' questa la domanda che, il 9 ottobre 2013, un uomo giovane dalla barba lunga e scura ha esclamato aprendo lo sportello posteriore di un piccolo pullman carico di studentesse nella regione dello Swat, Pakistan. Pur non ricevendo alcuna risposta, ha intuito dagli sguardi chi fosse il suo obiettivo, e ha sparato tre colpi.


Io sono Malala, avrebbe voluto rispondre Malala Yousafzai, 15 anni, ma non ne ha avuto il tempo. I talebani non gliene hanno concesso. Sapeva che un giorno sarebbero arrivati, e sperava di poter dire loro quello che pensava, perché stava lottando tanto. 

Malala è una ragazzina nata in Pakistan il 12 luglio 1997. Il padre è un insegnante, un uomo intelligente e brillante che ha gioito della sua nascita, primogenita femmina che nessuno, nella loro cultura, avrebbe festeggiato. Sua mamma è una donna semplice, che a 6 anni ha lasciato la scuola e non ha mai imparato a leggere e scrive (mi piace pensare che ora abbia imparato, però). 


Conoscete Malala? E' sopravvissuta a quell'agguato. Non è morta, non è rimasta disabile. E' la stessa - quasi - di sempre. E' una ragazza che a 16 anni da compiere è stata candidata al Nobel per la pace. E che ha vinto il premio Sakharov per libertà di espressione. 

Un giorno, un mese fa circa, mi sono imbattuta in lei grazie alle cronache. Io, che stavo cercando informazioni su un paese che, volente o nolente, farà parte della mia vita per il prossimo anno, ho colto al volo l'occasione. 

Chi sono i talebani?

Cos'è l'Islam?

Fino a quanto dobbiamo avere paura? 

L'Islam non vieta alle donne di vivere. Di fare una vita normale. Di studiare. Il Corano NON lo prevede. Il Corano, così com'è stato dettato da Maometto, manda messaggi di amore, non di guerra. 
E' questo che suo padre ha insegnato a Malala: che lei aveva gli stessi diritti dei suoi fratelli maschi. E si sono sempre battuti per questo. Non ha esitato a fare di lei una messaggera dei diritti delle bambine, perché la rivoluzione si fa così, senza paura.

Quando i talebani si sono appropriati dello Swat, è stato grazie ad un uomo chiamato Mullah Fazlullah. Sapete come? Ha iniziato a trasmettere via radio, a predicare, ad interpretare a modo suo il Corano, illudendo tanta gente. Vi dice niente il suo nome? E' il nuovo leader dei talebani. Un erede di Bin Laden. Malala e suo padre hanno sempre lottato per far capire alla gente che studiare non è contro l'Islam, che non c'è niente di male nel cercare il sapere. 

Io pensavo che l'Islam disprezzasse le donne, ma mi sbagliavo. E' una cultura forte, radicata, ma rispettosa. Mio marito sta incontrando perrsone bellissime, e sono tutti musulmani. Nessuno maltratta le donne o pensa che non debbano avere diritti. A Lahore, dove vive mio marito, le donne fanno lavori normali, vestite normalmente, a volte senza velo (e se lo portano, è perché rispettano alla lettera la loro cultura, non per imposizione... in fondo alcune tribù africane se ne stanno nude, noi ci copriamo, no?). 


Malala voleva un mondo così. Voleva che, un giorno, suo figlia potesse studiare libera nella scuola in cui ha studiato lei, fondata dal suo stesso padre che non ha avuto paura di sfidare i talebani e le loro regole pur di dare un'istruzione a centinaia di bambine. 

Ma non potrà farlo.

Una cosa che a noi sembra normalissima, insegnare alle nostre figlie a leggere e scrivere, sognare che diventino medici, capi di stato, inviate di guerra, fotografe, quello che volete. Possiamo sognare. Sperare. Volere.

Le tante Malala che vivono in parti del mondo meno fortunate, quelle parti del mondo dove la gente soffre e dei bastardi ne approfittano soggiogandoli usando il loro punto debole, non avranno questa possibilità. 

Potranno aspirare al massimo a cucinare per i loro mariti. E aspettare, mestamente, un futuro migliore per le loro figlie. 

Ci vorrebbero più Malala, nel mondo. 

Credete a me, che ho vissuto non in Pakistan ma in un altro paese in cui qualcuno approfitta della povertà e della disperazione per costruire un regno su misura per sé. 

La rivoluzione passa dai nostri figli. 

Non abbiate paura.

Leggete Malala. 

E donate, se credete che tutte le bambine del mondo, non solo le nostre, meritino un futuro. 

http://www.malalafund.org/
PS Oggi dovrebbe essere il Malala Day, ma non si capisce se lo abbiano spostato al 12 luglio, giorno del suo compleanno. Per me, è sempre il giorno di Malala, per tutte le lacrime che mi ha fatto versare e per la speranza di un mondo migliore che mi ha dato.

3 commenti:

  1. Anch'io ho conosciuto dei musulmani e mi sono dovuta ricredere, pensavo fosse una cultura diversa.
    Diversi sono gli estremisti e talebani, purtroppo anche la chiesa, ai tempi, ha avuto delle frange estremiste.
    Comunque.
    Anch'io ho conosciuto persone belle, rispettose e oneste.
    grazie, gran bel post!

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  2. Ragazze io vivo in un paese islamico, mussulmano. Kuwait city, dopo Arabia saudita è il più integralista. Tante donne indossano il burqa, che qui ha un altro nome, abaja. Che tra l'altro non è neanche considerato costume tradizionale, nè imposto. Fa parte della cultura dei telebani che vivono nel deserto e che dopo l'avvento dell'oro nero si sono avvicinata alla città. Ma vi posso assicurare che le famiglie sono matriarcali. la donna è rispettata e comanda. Spesso i peggiori integralisti sono quelli che vivo al di fuori di paesi islamici. Ovviamente ci sono delle cose che non capisco, ma sono tutte istruite, tante lavorano e se non lo fanno è perchè non ne hanno bisogno. Studierò Madala. E' piaciuto anche a me il tuo post, io vivo da due anni qui e sto imparando molto da questa cultura che però è più complessa di quello che pensiamo e almeno qui meno "dolorosa".

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  3. Quello che scrivi è molto interessante e mi fa riflettere. Dovrebbe far riflettere tutti sulla facilità con cui si accettano passivamente le informazioni (troppo spesso parziali e montate ad arte) rispetto alle culture che non conosciamo. Buona vita!

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