venerdì 21 ottobre 2016

Il diritto di non essere wonder woman

Photo credits by www.francescaguerriniphotography.com


Quando mi sono trasferita a Parigi, avevo 27 anni e una bambina nella pancia. Ero in maternità dal mio lavoro a tempo indeterminato, che lasciavo per seguire i sogni di carriera (condivisi) di mio marito. 

Quando mio marito si è trasferito in Pakistan, avevo 31 anni, una bambina di 3 anni e mezzo e una di 18 mesi. Lavoravo a tempo pieno, sempre a Parigi, e gli ho chiesto di non partire. Ma è partito. 
I primi tempi sono stati di puro terrore: ho perso 10 kg, la notte non dormivo per la paura che succedesse qualcosa a me o alle bambine e non avessi nessuno su cui contare veramente. 

Poi mi sono abituata. 

È arrivato l’inverno, e le nostre mattine si sono fatte più dolci. Riuscivo ad uscire di casa in anticipo. Avevo la casa in ordine.
Le cene non mi spaventavano più. Ogni sabato facevamo la spesa, noi tre, a piedi, seguendo sempre gli stessi passi, le stesse orme, gli stessi movimenti, comprando sempre gli stessi prodotti, quelli che avrebbero sfamato le mie figlie durante la settimana. 

All’improvviso ho capito che potevo farcela: alzarmi alle 6.30, prepararmi decentemente, preparare il latte a una, svegliare l’altra, cambiare il pannolino a una, lavare l’altra, vestire una, aiutare l’altra a vestirsi. Essere a scuola in orario, senza aver dimenticato niente e pure sui tacchi. Magari anche col rossetto.

Andare in ufficio, fare tutto quello che dovevo fare, prendersi qualche complimento, pranzare coi colleghi, rientrare a casa, cucinare, sistemare tutto, prepararle per la notte, leggere una storia, due storie, tre storie, ancora una mamma, poi fare la gara dei baci, mille baci bavosi, spostare la piccola nel suo lettino, riordinare la cucina, fare una lavatrice, stendere una lavatrice, depilarmi, mettermi lo smalto, leggermi un libro, guardarmi una serie, dormire. 

Ce l’avevo fatta. 
Ero diventata wonder woman.

Potevo tutto, e lo sentivo. Non avevo bisogno di niente e di nessuno.
Tutto e tutti mi sembravano superflui, sempre un passo dietro di me, sempre meno bravi di me, sempre meno wonder di me. 

Io potevo. 

Potevo gestire due bambine piccole da sola, potevo lavorare a tempo pieno, potevo essere bella e vestita bene, potevo avere le unghie sempre pittate, la casa sempre in ordine, invitare gente a pranzo, cucinare bene, avere i fiori freschi, chiamare la guardia medica di notte e alle 6.30 essere in piedi come sempre, per portarle a scuola. Tutto.

Poi però mi sono fermata. E ho capito che non era giusto. Per niente.
Non era giusto che quando mio marito tornava a casa, ogni due mesi, fossi io a mettere a posto anche per lui. Non era giusto non chiedere aiuto a chi me ne offriva. Non era giusto fare più di quanto mi veniva chiesto sul lavoro, sempre e comunque.

Non era giusto che io mi sentissi in dovere di apparire wonder woman.

E l’ho sentito, il bisogno di lasciarmi andare. Di rovesciare tutto, di mandare in aria la mia vita, di prendere le bambine e scappare in Italia, mollare mio marito, mollare il lavoro, mollare le finte amicizie, mollare una città che ti prende tutto e ti ammazza così come sei, nuda e senza protezione. 

E invece no. Parigi è mia, e voi lo sapete. Il lavoro è mio, perché io sono fatta per lavorare. La vita è mia e non potevo sprecarla a cercare di dimostrare la mia perfezione, la mia invincibilità, che io potevo, potevo tutto.

E allora che ho fatto?
Ho chiesto aiuto. A chi realmente poteva darmene. 

Alla mia fantastica vicina che tante volte si era proposta. 73 anni e nessuna voglia di fare la babysitter, ma sempre pronta a tirarmi fuori dai casini, c’è la bambina da andare a prendere in fretta e la tata non può, io ci metterei un’ora almeno. Ho bisogno di bere un bicchiere di vino. Ho bisogno di sfogarmi. Ho bisogno di sapere di poter contare su qualcuno, qualcuno che mi vuole bene per come sono. E lei era lì. Ed io ero lì per lei, incredibilmente. 

Alle mie preziose amiche, che mi hanno fatto riflettere su quanto sia ingiusto essere wonder woman, su quanto in realtà avessi solo bisogno di ridere, di lasciarmi andare, di lasciare le briciole nel lavandino e vedere gli altri da una prospettiva diversa. Le mie amiche che mi hanno accompagnata in giro, che mi hanno tenuto le bimbe mentre facevo la spesa, che hanno cenato con me, dormito con me, pianto con me, riso con me. Siate anche voi amiche così, siate generose, siate altruiste, fatelo per amore

Al lavoro, a cui ho smesso di dare di più, a cui ho detto ok, ho sempre fatto 200, posso fare 150? Posso prendermi un giorno libero se il nido è chiuso? Posso stare con mia figlia se è malata? Sì, posso, non cascherà il mondo, domani i problemi saranno ancora tutti lì ma almeno, per un giorno, per un giorno soltanto, ho pensato a me e alle mie figlie.

Sono stata wonder woman, ed ho capito una cosa: la vita è bella solo quando qualcuno ti ama abbastanza da capire quando hai bisogno di aiuto.


Questo post partecipa al progetto di Kinder Cereali, #NaturalmenteDallaTuaParte: un’inchiesta che ha posto l’attenzione sulle necessità delle mamme di oggi, sempre troppo critiche nei confronti di se stesse e sempre troppo preoccupate di apparire perfette. Essere wonder woman forse aiuterà gli altri, che saranno sollevati da certe fatiche, ma di sicuro non aiuterà noi, né la nostra felicità, né il benessere dei nostri figli. Per questo dobbiamo aprirci agli altri, offrire il nostro aiuto e, soprattutto, lasciare che ci aiutino. Magari ci stupiremmo sapendo quanta gente ci vuole bene davvero. Basta poco!

16 commenti:

  1. Bellissimo... tanto le donne sono wonder... sempre e comunque! :*

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  2. Troppo vere le tue parole: io ho avuto la mia crisi un mese fa. Lavoro otto ore al giorno, sono fuori di casa dieci ore, vedo i miei bambini un paio d'ore la sera, il mio compagno solo dopo le ventidue. In pausa pranzo faccio di tutto per essere libera di passare il week end con la mia famiglia. Sempre a fare i salti mortali per avere la casa perfetta, per essere in ordine, per essere puntuale a tutti gli appuntamenti: asilo, scuola, impegni con amici, mamma, suocera. Non trascurare gli amici, che sono importanti, anche se a volte avrei preferito di gran lunga rintanarmi sotto le coperte. Trovare il tempo per il mio compagno, per fargli capire che lo amo ancora e ci tengo a lui. Tutto da sola, perchè i nonni ci sono ma se mi tengono i bambini quando vado al lavoro poi non me la sento di chiedere che me li guardino quando devo fare altro, compresa la spesa. Il mio compagno cominciava a latitare, a lasciare la gestione di tutto addosso a me. Finchè una sera l'ho guardato negli occhi e ho detto: "ORA BASTA. Non posso essere sempre perfetta, forte, organizzata e mandare avanti tutto da sola. Mi devi aiutare." Lui, candido:"Nessuno ti chiede di essere perfetta, solo tu. Non mi interessa che la casa sia in ordine e pulita, anche perchè disordine e sporco li vedi solo tu. Io ci sono, ti aiuto con tutto ma tu devi rallentare perchè non posso seguire i tuoi ritmi". Ora va meglio, ignoro le briciole sul tavolo e la polvere sui mobili. In pausa pranzo mangio e mi rilasso, la spesa la faccio sola o con la bimba grande e durante il week end faccio il minimo indispensabile. Ho imparato che se voglio, se è necessario allora posso farlo. Ma ho imparato anche che spesso non è necessario.Ci sono cose più importanti. Me stessa, i miei bambini, il mio compagno.
    Priscilla X, www.datemiunam.it

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Esatto Priscilla, anche la ricerca di cui parlavo dice proprio questo, che alla fine siamo noi a sentirci di dover essere perfette, mentre per esempio ai nostri compagni andremmo bene anche più rilassate, anzi! Per non parlare dei bambini!

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  3. c'è chi reagisce con la maschera da wonder women, e chi con quella del bradipo.
    L'importante è arrivare a capire che c'è una giusta via di mezzo, e che va bene così. Bellissima la chiosa finale, anche se a volte, quando la maschera è fatta davvero bene, siamo costretti a salvarci da soli.

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    1. Già, le vie di mezzo sono sempre la soluzione migliore, peccato siano così difficili da raggiungere perché noi per prime abbiamo bisogno di darci un'etichetta!

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  4. Nessuno è obbligato a essere wondet woman. Sicuramente qualcuno che ti aiutasse c'era, almeno una babysitter. Se una grande comunque. È uno dei pochi blog di mamme senza lamentele continue. Finalmente una fuori dagli schemi!

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  5. Bellissimo questo post! Anche io mi trovo nella situazione di dire "faccio tutto da sola! Posso fare da me!!" e a volte mi sento schiacciata da tutto questo. Ma non sono ancora arrivata al punto, ci sto lavorando. Faccio fatica a chiedere aiuto, perchè a volte vuol dire far entrare qualcuno in ritmi e spazi definiti da te e bisognerebbe riscriverli e rivederli con qualcun altro. Mah..vediamo, quando mi troveranno sclerata al cancello della scuola dell'infanzia con i tre mostri magari mi rassegnerò a sacrificare un po' della mia indipendenza!

    Bellissimo post e belle riflessioni!

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    1. Sicuramente far entrare qualcuno nella tua vita è complesso. O ne hai veramente bisogno (per esempio io ne avevo bisogno per l'uscita di scuola, marito o non marito, la scuola chiudeva alle 18 e io uscivo da lavoro alle 18.30), oppure tendi sempre a strafare. Però bisogna anche lasciarsi andare, fa bene anche al resto della famiglia, non solo a noi!

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