Lasciamo che imparino a vivere. Prima dei 40 anni.

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Pranzo con amici.

I bambini estraggono delle carte di cui so solo che in edicola costano 1 Euro a pacchetto e che ne comprerò ben poche, li mortacci loro. Saranno laminate d’oro, ‘ste carte, voglio sperare.

Noi adulti stiamo chiacchierando amabilmente, per quanto lo si possa fare con un certo numero di bambini dagli 0 agli 8 anni seduti a tavola con noi.

Ad un certo punto provengono urla dal fondo del tavolo: mio figlio e un suo amico stanno discutendo. Sostanzialmente stanno litigando per uno scambio di queste carte:

mio figlio sostiene di essere stato fregato, l’altro sostiene che invece sia stato tutto regolare.

Io, che non capisco una mazza di questo gioco e non voglio capirne, tasto il terreno per vedere se sia possibile trovare un accordo tra i 2 e, appurato che no, la cocciutaggine è troppa da entrambe le parti, prego mio figlio di finirla di lamentarsi intimandogli che altrimenti non gli avrei mai più comprato quelle stramaledette carte.

Ovviamente lui non si fa fermare dalle mie minacce e prega il suo amico – peraltro più grande – di ridargli la sua carta.
Niente.
E così, comincia a scorrere dai suoi occhi un fiume di lacrime, lacrime che io asciugo, nel tentativo di consolarlo, ma no, non mi intrometto.

Interviene la madre del grande, si informa sullo scambio, lo valuta e sentenzia:
“uno scambio è uno scambio, basta, chiuso”.

La litigata ovviamente va avanti e la mamma precisa che non ci si ripensa, che le regole del gioco sono state rispettate, e basta:
“Tu hai messo questa carta, lui quella, si fa così e colì, quindi tu hai perso e ti tieni la carta scambiata. Non esiste che ci si ripensi, eh!”.

Continuo a non volerci entrare e, alla fine, mio figlio torna a casa sconfitto.

2 giorni dopo, all’uscita dal doposcuola.

Ecco il mio figliolo di nuovo, non pago, con le sue 7/8 carte, che cerca di concludere uno scambio con un bambino che ne di carte ne avrà tipo 150.

Scambio concluso, mentre io chiacchiero disinteressandomene con la mamma.

Ad un certo punto la mamma si accorge che il figlio ci ha perso.

Tragedia.
Ifigenia in Aulide, in confronto è una commedia.

Si fa restituire la carta da Leonardo e comincia a spiegarmi il motivo, il valore delle carte di un tipo o di un altro e…

e io la blocco:

non voglio saperlo, mi rifiuto.

Non voglio conoscere le regole, le devono conoscere i bambini, non io.

Mio figlio è incazzato come una belva e si chiede perché ogni volta che gioca debba giocare con le mamme e non con i bambini.

E io mi chiedo come minchia sia possibile che degli adulti imparino il regolamento dei giochi a cui giocano i figli per poterli assistere.

Mi chiedo come sia possibile che non li lascino fare,

come sia possibile che entrino da impari in questo confronto tra pari,

come sia possibile che non lascino loro imparare i rudimenti della contrattazione,

come sia possibile che non li lascino litigare, discutere e trovare una soluzione

DA SOLI.

No, grazie, non voglio sapere quali siano le regole del gioco.

Vorrei solo che gli adulti lasciassero i bambini giocare, che li lasciassero vincere e perdere, anzi, soprattutto perdere!

Vorrei che gli adulti lasciassero ai bambini la possibilità di imparare a vivere.

Magari prima del compimento dei 40 anni.

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Tutte mamme perfette. In teoria.

Share this...Deve esserci un buco spazio temporale dove vanno a finire tutte...
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