Il senso di inadeguatezza delle mamme

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Certi argomenti, è vero, fanno sempre polemica. Sono la prima a farne: lavorare, non lavorare, avere aiuti, non avere aiuti, pagare per averli, non pagare per averli.
Una guerra tra poveri, di cui anch’io faccio parte. Perché ho ancora una voce, e a volte non riesco proprio a stare zitta.
Però, c’è un però. Ho capito tanto, di me, in quest’ultimo anno, e soprattutto del mio essere madre (e donna, anche). Da quando sono diventata mamma, 7 anni fa, ho attraversato diverse fasi. Ho fatto la mamma a tempo pieno di una bambina piccola, in un paese straniero. Ho fatto la mamma studentessa, incinta della seconda. Ho fatto la mamma lavoratrice a tempo pieno, con due bimbe. Ho fatto la mamma single. Adesso faccio la mamma expat free lance.
In ognuna di queste situazioni, in ognuna, ho sentito di dovermi giustificare di qualcosa. Me ne rendo conto ora, quando leggo le discussioni di cui sopra. Ho dovuto giustificarmi del fatto che non lavorassi, perché mi sentivo inadeguata. Ho dovuto giustificarmi del fatto che studiassi, perché per la prima volta non ero io sola ad occuparmi di mia figlia. Ho dovuto giustificarmi del fatto che riprendessi a lavorare perché la mia piccolina andava al nido a 5 mesi.
Credevo di giustificarmi per le cattiverie che dicevano su di me o sulla categoria a cui appartenevo. Ricordo “un’amica” dire che mia figlia di 4 anni faceva i capricci perché io lavoravo e non ero presente, ma adesso lo so: non mi giustificavo per persone (stronze maledette, scusate) come lei, ma per me, perché IO e solo IO sentivo che da qualche parte mancavo, in qualcosa arrancavo, sentivo sempre di non fare il massimo di quello che potevo fare, e non sapevo come fare, come fare ad eliminare quel senso di inadeguatezza che in qualsiasi modo veniva fuori, che lavorassi o meno, che avessi o meno aiuti, che uscissi o meno.
E quindi ogni mia giustificazione, ogni mia spiegazione, era un tentativo di dire a me stessa che no, non ero sbagliata, e che in fondo facevo tutto quel che potevo.

Ed era vero. Credo che già interrogarsi ogni giorno su cosa facciamo bene e cosa potremmo migliorare faccia di noi delle buone madri.
Poi è successo qualcosa. Proprio mentre ero qui a dirmi che non avevo più un lavoro fisso, che avevo una signora che puliva (pulisce) tutti i giorni casa mia, proprio mentre ero a farmi mille seghe mentali per l’immagine che davo di me alle mie figlie, ho capito una cosa.
Che tutto quello che ho fatto dal 2009, anno in cui sono rimasta incinta, l’ho scelto e fatto per loro.
Ho capito che per loro, per le mie figlie, ho lasciato la mia casa, il mio lavoro, le mie amicizie, la mia città, le mie abitudini, tutto. Solo per loro, perché potessero avere un’esistenza migliore, più piena, più appagante, ho rinunciato a tutto quel contorno su cui tanto mi ero interrogata. 
Quando credevo di aver trovato un equilibrio, quando finalmente, in qualche modo, mi sembrava di non dovermi più giustificare di niente perché mi facevo un culo tanto e loro, comunque, erano felici, io ho mandato tutto all’aria perché potessero, finalmente, stare col padre. 
È stata dura, durissima accettarlo. Ho pregato ogni giorno di poter tornare indietro, di tornare nella mia casa, alla mia scrivania, di rivedere ogni giorno la Tour Eiffel che brilla, ma poi ho capito.
Non importa che io lavori o non lavori. Non importa che io esca o non esca. Non importa che io faccia o non faccia le pulizie, le torte o chissà che. Non importa che io rientri in una categoria piuttosto che in un’altra. Quello che importa è che io metterò sempre le mie figlie al primo posto, in qualsiasi mia scelta, e niente potrà mai più scalfire questa mia convinzione. Perché anche chi sceglie di lavorare a tempo pieno lo fa, lo sapete, vero?
Ho deciso di smettere di sentirmi inadeguata, perché non lo sono. Perché non è il lavoro che faccio a qualificarmi, non è quanto guadagno, non è se e quanto pulisco, non sono i lavoretti, le torte, non è se riesco ad accompagnarle o meno a danza, non è se ho scelto di avere una carriera o di dedicarmi alla casa e alla famiglia 24/24h. A qualificarmi è il mio amore per loro, e sapete come questo mi – ci – qualifica?
Mamma.
A tutte noi. 
Perciò ho smesso davvero di sentirmi inadeguata.
Viva le mamme, punto.
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6 Comments

  • Sante parole!!! Proprio l'altro giorno sulla vostra pagine Facebook una tipa chiedeva che esempio dà una mamma casalinga…le ho risposto che dà l'esempio di una mamma che ha scelto una strada (non importa quale sia), ma ovviamente no…dai una brutta immagine di te se rimani a casa… Ma sai cosa? Ho imparato a fregarmene di quello che dice la gente che tanto come la fai fai sbagli (per loro!)

    • La questione dell'esempio me la sono posta anch'io tante volte. Mia mamma è sempre stata casalinga, nel senso che non ha mai avuto un suo lavoro, c'era sempre per me, eppure si dava tanto da fare e io glielo riconosco. Essere casalinghe non significa essere pigre (possono coincidere, sì, forse più che nel caso di una lavoratrice perché la lavoratrice ha obblighi diversi, ma non vuol dire nulla in assoluto), si può quindi dare un ottimo esempio, proprio come ha fatto mia mamma, pur non avendo un impiego fisso fuori casa! Quello che ho sempre rimproverato a mia mamma era che non avesse alcun interesse: per fortuna ad un certo punto è cambiata e ora ne ha più di me!

  • Anya, non ti starai di nuovo giustificando con te stessa?! Seghe mentali a parte, io credo che come hai sottolineato tu ogni genitore cerchi di dare ai figli molto più di quanto ha avuto e non solo in termini materiali.
    Io in questi giorni mi sento inadeguata perchè non ho dato ai miei figli la possibilità di crescere in un paese straniero come stai facendo tu (e molte altre coppie che conosco).
    Credo che essere mamme ci costringa in ogni istante della nostra vita a fare il punto della situazione tra realtà, desideri e bisogni.
    In ogni caso, Anya, io sarei onorata di avere una mamma come te.Sono sicura che le tue pupe ti vedono in questa luce.

    • Cara, sei molto gentile. Non mi sto giustificando, ci ho pensato bene prima di scrivere questo post proprio perché non volevo che rappresentasse l'ennesima giustificazione. Sono serena, sono felice di quello che ho, di quello che sono riuscita a costruire, e sono anche consapevole che le scelte che ho fatto fino ad oggi (dire addio alla carriera lasciando il mio lavoro in Italia, ricominciare tutto di nuovo dopo Parigi) hanno e avranno delle conseguenze – non ho una carriera, appunto, non guadagno quanto potrei, non ho un "ruolo" determinato. Ma sai che? Non me ne importa. Le mie figlie sono felici, io sono felice, vedo il bello di quello che ho e spero di poterlo fare anche quando rientrerò a Parigi, dove non sarò più expat e quindi forse non avere un lavoro fisso mi potrebbe pesare di più. Io spero di no.
      Per questo non devi sentirti in difetto nemmeno tu. Facciamo il possibile per loro, andare all'estero non è semplice e servono le buone occasioni. Potrai regalare loro questa occasione più avanti, quando potranno fare vacanze studio, per esempio. Sono certa che sapranno ringraziarti per quello che hai fatto per loro!

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