Doveva essere un tranquillo pomeriggio a casa: è diventato “al lavoro ci si riposa, in effetti”

Ieri mi sono svegliata felice: dopo un inizio settimana a dir poco tosto, mi ero presa il pomeriggio libero per portare i bimbi a fare il bilancio di salute dalla pediatra.

Finalmente un po’ di respiro e ritmi rilassati!

Emh.

Le cose già son partite storte perchè devo ammettere di essere un po’ stordita: ho fatto la richiesta di uscita anticipata alle 15.20 per essere dalla pediatra alle 15.30.

Primo duplice errore.

10 minuti servono tutti, e non ho considerato che i bimbi non me li lanciano dalla finestra direttamente nel bagagliaio.

Così quando alle 3.25 Ale aveva ancora da uscire avevo già esaurito le imprecazioni della giornata.

Ad ogni modo escono, praticamente li arraffo dal bavero della giacca, li trascino attraverso il piazzale correndo, mentre i genitori fuori in attesa della campanella  mi guardano interdetti.  Mi arriva anche una vocina di bimba che chiede alla mamma “ma che fa quella?”, la ignoro e corro.

Non so bene come, ma in 5 minuti son sotto lo studio medico, che è un ex manicomio.

E no, non è una battuta.

Immaginate un edificio alla Shining, io sbaglio entrata e vago per i corridoi finchè imbrocco quello giusto  e intravedo la pediatra che scruta l’orizzonte alla ricerca dei dispersi (ci tiene alla puntualità), mentre io son già sudata e sfatta, ed inizio a spogliarmi nell’ambulatorio “scusi, ma ho corso un po’”.

Ma non devo visitare i suoi figli?

Figlio piccolo si mette a giocare, quindi iniziamo il bilancio dal figlio grande.

“bene Alessandro, spogliati e resta in mutande”.

Ecco l’errore n. 2 nell’uscita 10 minuti prima: non avevo considerato che una rinfrescata era, più che opportuna, doverosa per non dire vitale.

Appena si toglie le scarpe esplode una bomba Napalm  ho un mancamento e vorrei sotterrarmi.

Lei finge indifferenza.

Non ci vede da quasi due anni, ma la scena è di solito sempre la stessa.

Io in piedi ad impartire ordini, direttive, improperi e minacce.

Uno tocca da una parte, l’altro dall’altra.

Stavolta va quasi bene: il piccolo è distratto, gioca e posso disinteressarmene, al momento.

Ale, come sempre, tocca tutto: la bilancia, il metro, lo stetoscopio, il misuratore di pressione: io lo cazzio, lui se ne fotte, lo ricazzio.

Mentre scrive sul libretto lo trovo infilato nell’armadietto dei farmaci “a cosa serve questo? Perché questo è aperto? Ma chi te li regala? Ma ti pagano per darmi medicine?”

Chiudi quella boccaccia e rivestiti, figlio grande!

Figlio piccolo si sveglia dalla pausa gioco e inizia come sopra: tocca questo, tocca quello, smonta la bilancia, la rimonta senza che se ne accorga. Perché mi gonfi il braccio? Posso provare? Ma come funziona, ma cosa senti, voglio provare, posso ascoltare anche io? Quel disegno chi l’ha fatto? Quello della foto lo conosco, ha un cane che si chiama Black, ma perché questo quello e quell’altro, mi regali la penna?

Nel frattempo io le chiedo lumi sui malanni degli ultimi due anni: male al ginocchio, male alla testa, dorme male…

“figlio grande, scordo qualcuno dei tuoi acciacchi?”

e a lei, sorridendo: “e ne ho solo due, non so quelle che ne hanno 3 o 4…”

“signora, con 3 o 4 come loro lei non potrebbe essere viva”.

“Eh sì, sono un po’ vivacini…”

“Belli vivaci, sì. Brillanti, diciamo brillanti”.

Per fortuna si ammalano poco, penso, tra me e me.

Deve avermi letto nel pensiero perché quando finalmente usciamo mi dice

“Statemi bene…. per carità”.

Scoppio a ridere, ride anche lei.

E a me erano sembrati pure bravi, rispetto al solito e a come sono a casa.

Vuoi vedere che alla fine sono un’eroina e manco lo so?

Torniamo a casa, son già le 16.30.

Ho meno di un’ora prima di portare il piccolo a karate e spedire il grande a calcio, e devo fare la merenda e la cena.

Avevo detto al marito che visto che oggi avrei avuto un sacco di tempo (?!), potevo cucinare per bene e di scegliere lui: polpette di tonno e purè.

Impasto polpette, sedo liti, infliggo castighi e maledizioni, illustro a distanza, con le mani impiastricciate, dove e come vestirsi per i rispettivi sport, insudicio laqualunque.

17.30:  usciamo, traffico che manco sul raccordo anulare alle 8 di mattina, mi telefonano mentre entro in palestra, dopo 10 minuti riattacco e mi chiedo dove sia il figlio piccolo. Ah, è già nel pieno della lezione, gli faccio un cenno e me vado, corro al supermercato a prendere il latte per il purè, torno a casa: sono le 18.20, Ho 20 minuti scarsi.

Pelo patate, butto nel bimby, azz, l’asciugatrice, corro a svuotarla, no merda si è fermata perchè non ho svuotato l’acqua, fai ripartire.

E’ già ora di riuscire, sotto casa trovo il marito: dice che va lui.

Rientro, finisco di imbastire il purè, svuoto finalmente l’asicugatrice, e inizio a friggere.

Oggi si cena a turni, prima il piccolo, poi io, il Padre aspetta il grande che arriva alle 20.15.

Io non sono ancora riuscita ad andare in bagno e a cambiarmi, così puzzerò di fritto in eterno.

Mio marito: “ma sai che non ho neanche fame? Ti scoccia se non ceno?”

Lo fulmino con lo sguardo, lo incenerisco proprio, così seduta stante.

E lui “madonna che nervosa, per fortuna che ti sei presa il pomeriggio libero!”

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