Ogni bambino merita la nostra empatia

Post in collaborazione con Utet libri per l’uscita di La felicità non sta mai ferma, di Chiara Garbarino

Quando era piccolissima, mia figlia era una bambina impegnativa. Una di quelle che non stanno mai ferme, che faticano ad addormentarsi, che toccano tutto, che non riescono a stare sedute né sul passeggino né sul seggiolone né in auto né in nessun altro posto.

Mia mamma, che aveva sempre detto di essere esaurita con mio fratello piccolo, un giorno mi ha detto: credevo che fosse agitato lui, ma non avevo ancora conosciuto mia nipote.

Un’altra mamma mi ha detto, un giorno: se la mia primogenita fosse stata come la tua, non avrei mai fatto un secondo figlio.

A me, in realtà, non sembrava di avere una bambina tanto complicata. Mi sembrava una bambina, punto. E come tutti gli esseri umani anche lei aveva la sua personalità, i suoi gusti. Adoravo la sua vivacità, per quanto impegnativa fosse, non mi pesava non poter uscire (avrebbe urlato tutto il tempo), non poter andare al ristorante (non sarebbe mai stata seduta) e via dicendo.

Ovviamente c’era chi criticava. C’era chi diceva per forza, non la abitui. Per forza, non la educhi. Ma io, cocciuta come sono, ho sempre pensato di essere nel giusto. Ho sempre pensato che seguire il mio istinto mi avrebbe aiutata, che tempo al tempo, le cose sarebbero cambiate.

È facile giudicare, sempre. Bisogna sempre mettere il becco negli affari altrui, bisogna sempre pensare che gli altri siano più maleducati, più stupidi, più distratti, insomma, sempre peggiori di noi, e soprattutto peggiori genitori. Noi coi nostri figli perfetti, che stanno seduti a tavola (con l’iPad), che non picchiano gli altri bambini (ma li provocano chiamandoli stupidi), che mangiano tutto (certo, al fast food).

Quando ho letto le prime pagine di La felicità non sta mai ferma, di Chiara Garbarino, ho pensato che tante cose avrei potute scriverle io. Io probabilmente ero una mamma più zen (per mille motivi che non sto qui ad elencare, ma già il fatto che quando è nata la mia primogenita non lavorassi gioca a mio favore, e anche il fatto che fossi completamente sola, quindi senza nessun aiuto ma soprattutto senza nessun GIUDIZIO), ma giuro che se cambiassi nome e sesso del bambino il risultato sarebbe lo stesso.

Una volta, tornando da casa di un’amica, mia figlia ha urlato per tutto il tragitto. Era nella fascia, in cui di solito stava benissimo. Nel passeggino ha urlato per mesi. Una volta in autobus mi hanno chiesto di scendere per come urlava. Per almeno due anni ogni volta che salivamo in auto erano solo urla, tutto il tempo, senza tregua. Una volta stavo facendo una lezione di inglese con un’insegnante a casa e l’ho ritrovata a mangiare la terra della pianta. Non conto le volte che mi hanno chiesto di farla smettere di urlare, suggerendomi di allattarla, darle acqua, o semplicemente andarmene. In casa avevo messo ogni tipo di anti-spigolo, chiusura, ecc, eliminato ogni soprammobile, cosa pericolosa, perché… perché lei arrivava ovunque, già prima di camminare, e metteva in bocca tutto. Ne avrei da raccontare, proprio come l’autrice del libro.

Eh sì, io e Chiara Garbarino abbiamo molto in comune.

Entrambe abbiamo trovato il giudizio: degli altri genitori, degli sconosciuti, di chiunque.

Ma c’è una cosa che differenzia me e Chiara. Che la perseveranza, la pazienza e la tranquillità non hanno portato gli stessi frutti.

L’enorme differenza tra me e Chiara non è realmente tra noi due, quanto tra i nostri figli. Mia figlia sì era agitata, impegnativa, casinista, urlatrice, ma crescendo ha iniziato a sviluppare una certa capacità di contenimento: insomma, ha imparato a gestire la sua vivacità. Quindi io sarei stata brava e Chiara Garbarino no?

NO CARE, non è così.

Quello che mi fa più innervosire è il continuo giudizio che sta dietro alle mamme di bimbi “impegnativi”. Perché io che ci sono passata (e vi assicuro che mia figlia mantiene la stessa personalità vivace di allora, solo ha imparato a comportarsi a seconda della situazione) so cosa significa sentirsi giudicate perché il proprio figlio non è “perfetto” in ogni situazione.

Quando un bambino picchia, urla, fa qualcosa che non dovrebbe la colpa è ovviamente dei genitori che non lo educano.

Chiara ha dovuto subire umiliazioni, reprimende e via dicendo a causa di gente senza empatia, perché suo figlio Leonardo non aveva le capacità emotive per sviluppare certe attitudini, non perché lei non glielo insegnasse.

Eh sì, perché a volte il nostro impegno, cari miei, non basta.

La felicità non sta mai ferma è un libro che spiega il lungo percorso attraverso il deficit di attenzione fino alla diagnosi di adhd, quella che spiega il perché di certi comportamenti, che fa capire che dietro un bambino particolarmente “agitato” non c’è una mamma svogliata, o un padre assente, no, c’è un problema ben più profondo che va affrontato ed elaborato, non etichettato per dare un giudizio. Il bambino non picchia perché è cattivo. Il bambino non tira giù uno scaffale al supermercato perché la mamma non lo educa. Smettetela di etichettare, per favore.

Diventare madre mi ha insegnato l’empatia, perché è lo stesso sentimento che cerco di avere nei confronti delle mie figlie, creature difficili da comprendere, come tutte, e con la loro personalità. Oggigiorno noi tutti siamo così intolleranti che a volte mi verrebbe da urlare dalla rabbia. Un bambino urla: colpa dei genitori. Un bambino si alza da tavola? Colpa dei genitori. Si giudicano le famiglie per quei cinque minuti passati insieme, si mette bocca sui problemi altrui, ma soprattutto non si fa niente per capire bambini più difficili.

Quando mi dicevano “perché non la fa smettere di piangere?” mi sentivo male, malissimo, ma non per me: per mia figlia, perché le stavo offrendo un mondo di intolleranti, di persone senza empatia, di egoisti.

Ah, e a chi dice: “ma ai bambini che subiscono le angherie non ci pensa nessuno?”.

Eccome se ci pensiamo. A quelli che subiscono bullismo. Ma prima di puntare il dito su un bambino che ha tirato un calcio al vostro, chiedetevi se il vostro non ha fatto qualcosa prima. Perché tirare un calcio è sbagliato, ma pure dare dello stupido non è mica tanto meglio, anche se non si vede.

Leggete questo libro, per chi ha bambini fuori dalle righe, vivaci e casinisti, ma anche per chi ha figli perfettini e pensa che gli altri siano tutti maleducati: capirete che, a volte, bisogna solo guardare oltre il proprio naso e, finalmente, scoprire l’empatia.

Grazie Chiara Garbarino per aver raccontato la sua storia. Se volete leggere il suo libro, ecco il link per l’acquisto.

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6 Comments

  • Come sempre arrivate nel momento giusto…e acquisterò questo libro che peraltro trovo abbia uno splendido titolo.
    Ho due figli con una differenza tra loro di soli 19 mesi: il grande…un terremoto, mai fermo…la piccola la calma in persona (a volte temevo di dimenticarla da qualche parte perchè non si sentiva mai).
    Uno che impiegava 2 ore ad addormentarsi dietro mille rituali, l’altra che si addormentava da sola in un secondo…ecc
    la mamma ero sempre io: quando mi vedevano con il figlio maggiore ero il “mostro” da evitare…con la minore “un esempio da seguire”.
    Io sono una di quelle mamme molto severa ma con me stessa (mi perdono poco…troppo poco, nonostante i miei figli mi stiano a loro modo facendo capire che io gli vado bene così come sono)…ma molto “empatica” con le altre. O meglio, è talmente impegnativo il crescere i miei due di figli, che non ho tempo da perdere nel guardare/criticare ciò che fanno le altre mamme.
    Se qualcosa non va le comprendo…se vedo una mamma fare qualcosa che rientra nelle mie corde ne prendo spunto.
    In giro vedo sempre più dita puntate contro invece… mamme che per sentirsi migliori criticano le altre. Ma chi è che ha poi deciso cosa è giusto e cosa sbagliato.
    Come forse anche questo libro insegna…non c’è un giusto e uno sbagliato in assoluto…ci sono i bambini (ognuno con le sue caratteristiche) e ogni mamma cerca di fare la cosa che ritiene migliore per loro.

    • Come dicevo nell’altro commento, stessa situazione: prima vivace, seconda calma. In nessun caso merito o colpa mia, sono nate così. E proprio – forse – perché so cosa vuol dire aver avuto una bambina impegnativa, provo sempre a mettermi nei panni delle altre mamme. Io provo forte rabbia quando sento giudicare una mamma e un bambino dopo averli visti un’ora in aereo, in fila alle poste o al ristorante. Perché ci sono passata. Lo stress che provavo perché mia figlia non disturbasse gli altri, nel riprenderla continuamente, nel cercare di recare meno disturbo (mi sono sentita pure dire che siccome non sapevo tenerla ferma non dovevo portarla in aereo… stavamo andando da mia mamma, non in vacanza), e sarebbe bastato uno sguardo di comprensione, una parola di meno (negativa: può farla tacere per favore? in un ristorante per famiglie alle 19, e stava LALLANDO, non piangendo), una proposta di aiuto in più (tutte le volte che ero sola con loro due piccole e la grande mi piantava una grana)… e invece niente. Solo critiche, solo giudizi, come se tutti conoscessero la mia vita da quell’attimo preciso. Io adesso ho la mia rivincita, ma purtroppo non per tutte è così, perché soprattutto se trovi insegnanti, educatori, parenti che non fanno che continuare a etichettare e rincarare la dose non ne esci più.

  • Va bene tutto, ma come sempre l’empatia deve essere a doppio senso. Da madre di figli tranquilli sono stufa di vederli additati come perfettini, troppo calmi, asociali o addirittura repressi magari da genitori evidentemente incapaci di gestire figli non agitati ma viziati. Come se fosse una colpa, mia o dei bambini, quella di essere dei “tranquilli”, o di essere classificata come quella fortunata e con la vita facile perché ha figli gestibili. Io non giudico e accolgo, ma non voglio essere giudicata, tra l’altro male e senza motivo

    • Io non penso mai che un bambino calmo sia asociale. Mia figlia minore è la calma fatta persona, nemmeno ci si accorge della sua presenza, quindi so bene cosa significa avere un bambino tranquillo, e onestamente non mi sono mai sentita giudicata per questo. Per mia figlia di un anno (l’altra) che piangeva ovunque sì, mi sono sentita molto giudicata. Come non è merito mio che la seconda è nata tranquilla, non era neppure colpa mia che la prima fosse nata vivace. Entrambe sono oggi educate, una vivace e l’altra tranquilla. La rabbia è nei confronti di chi ha bisogno sempre di giudicare, da ogni lato. Ma ripeto, io l’ho provato solo per la maggiore, tutti adorano la piccola e non fanno altro che farmi complimenti (come se fosse merito mio: merito mio è che la grande sia diventata una bambina meravigliosa, altruista e generosa, simpatica e socievole, altroché, ma nessuno me lo dice).

  • Quando non ero ancora mamma mi è capitato di andare a pranzo fuori con i nipoti di mio marito. Una signora, nemmeno burina, si è lamentata perché i bambini disturbavano… stavano semplicemente ridendo tra di loro e qualche volta si alzavano. Io a quella brutta che sembrava Crudelia Demon ho risposto proprio male… se danno fastidio anche le risate dei bambini… ci meritiamo l ‘ estinzione!
    Altra cosa, e mi è capitata, è ad esempio trovarsi al ristorante con gente che ha portato via al figlio giocattoli un po’ esagerati… robot che fanno un casino della Madonna e sui quali i camerieri hanno rischiato di inciampare più volte… poi la mamma in quell’ occasione diede uno schiaffo al figlio e si mise ad urlare perché il bambino aveva detto una parolaccia… come se fosse stato lui il maleducato…
    Comunque ti guardano per ogni cosa… se i bambini piangono… se fanno anche un piccolo capriccio… Se, come nel mio caso, sono piccoli e vogliono camminare non stop e non si riesce a tenerli seduti… Se gettano qualcosa a terra…
    Ma dove stiamo arrivando ? Io lo sdegno lo vedo in altre cose… ad esempio su tavoli di coppie o amici che non parlano per ore ma stanno lì con gli occhi sullo schermo del telefono! Magari è proprio a questo soggetti che disturba il pianto di un bambino…

    • Ecco. Tutti a concentrarsi sui bambini che corrono tra i tavoli (personalmente mai visti) nessuno che rifletta sulla tristezza di chi passa la serata al cellulare. O sul tablet, pure.

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