Essere donna oggi

Essere donna oggi significa portare un grosso peso sulle spalle. 

Significa spesso essere madri, padri, lavoratrici, casalinghe, infermiere, tuttofare, cuoche, insegnanti. Significa prendere mille ruoli tutti insieme perché mentre ci dicevano che « fare solo la mamma non basta », noi ci prendevamo tutte queste cose in più, imparavamo a non aver paura, a montare un mobile, a guidare per ore, a parlare di politica, a lavorare 10 ore, mentre ci dicevano tutto questo la società intorno a noi non cambiava. 

I governi non ci riconoscevano niente, le aziende nemmeno, gli uomini, quelli, un po’ sono cambiati, ma diciamoci la verità: mica tanto.

Mentre noi ci preoccupavamo di snaturarci, di pensare meno ai figli perché se pensi troppo ai figli non sei abbastanza moglie, abbastanza lavoratrice, abbastanza amica, intorno a noi nessuno colmava questo vuoto, nessuno era un miglior amico, un miglior datore di lavoro, un miglior amico, un miglior collega, un miglior governo. 

Noi abbiamo corso a tremila, bucando il rosso in tanti casi, rischiando di farci male. A volte male ce lo facciamo davvero. 

E nessuno è lì a salvarci, ci salviamo sempre da sole.

Nessuna politica ci aiuta a stare a galla, ci aiuta a scegliere la vita che vogliamo, a sentirci libere di essere madri, donne, mogli, figlie, amiche, dipendenti o libere professioniste. 

Tutti vogliono mettere bocca nella nostra vita, regalarci caramelle, lottare per i nostri presunti diritti, ma mai nessuno che si fermi a chiedere: ma tu, di cosa hai bisogno esattamente per vivere bene? Per garantirti serenità, familiare, personale, mentale?

Non lo fanno spesso i mariti, per cui, in quanto uomini, tutto è dovuto e quasi bisogna ringraziarli se fanno i padri o contribuiscono alla famiglia e alla casa. 

Non lo fanno i datori di lavoro, che ci richiedono sempre orari più lunghi, sempre più rinunce, senza mai cogliere il valore della donna che è abituata a prendersi tutto sulle proprie spalle e a fare, fare, fare, perché non ha alternativa.

Questa alternativa dovrebbe darcela lo stato, supportandoci con un’organizzazione scolastica più a misura di genitori lavoratori, non dando per scontato che le donne debbano sempre trovare una soluzione, o scegliere: lavorare o essere presente nella vita dei figli. Dovrebbe darcela incentivandoci a fare figli, motivandoci a rientrare al lavoro, aprendo nidi pubblici, sovvenzionando alternative, riconoscendo il valore della donna tout court come elemento fondamentale della società, non come angelo del focolare o, in contrapposizione, come donna in carriera.

Questa alternativa dovrebbero darcela i nostri uomini. I nostri padri, crescendoci non come principesse, ma come donne. Rispettando le nostre madri, insegnandoci a guidare, a montare i mobili, a farsi rispettare. Rispettandoci, seguendoci, amandoci. I nostri compagni, amandoci e rispettandoci, sostenendoci nelle nostre scelte, accompagnandoci nel quotidiano senza alcun riconoscimento dovuto per loro, perché non sono più bravi perché si occupano dei figli, è semplicemente il loro dovere.

Perché nessuno ci dice che siamo più brave se siamo madri, padri, lavoratrici, casalinghe, infermiere, tuttofare, cuoche, insegnanti. E non ci interessa nemmeno la pacca sulla spalla.

Ci interessano misure concrete, ora. E il rispetto della società intera, a partire da chi ci governa, ma anche da chi ci sta accanto e spesso dà tutto per scontato. 

Perché non dobbiamo essere multitasking. Dobbiamo essere libere di essere ciò che vogliamo e rispettate per le nostre scelte.

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