Mettersi nei panni degli altri è davvero possibile?

empatia

Spesso pretendiamo che gli altri si mettano nei nostri panni. Non dimenticherò mai una mia collega, quando ancora eravamo a Milano.

Lei aveva poco meno di quarant’anni e stava per sposarsi, io ero incinta di alcuni mesi e stavo per trasferirmi a Parigi. Si assentava spesso per andare a fare varie prove: il vestito, i confetti, la torta e via dicendo e, siccome lavorava al centralino/reception, chiedeva a chi arrivava presto di rispondere alle telefonate al posto suo e di accogliere eventuali candidati.

Chi ha più diritto di pretendere empatia?

Una mattina lei era in ritardo, come al solito (ritardo di cui i capi non sapevano niente, per questo chiedeva a noi di coprirla), la collega che arrivava prima di tutte era in colloquio e io avevo un colloquio telefonico. Arriva il capo e si trova un candidato nell’ingresso in piedi come un fesso senza sapere che fare, e ovviamente si incazza con la tipa appena arriva. Lei che fa? Viene da me a rigirarmi come un calzino perché dovevo mettermi nei suoi panni, lei si stava sposando e io le stavo causando problemi!

Ora, posto che quando mi sono sposata io mio papà era malato terminale e non rompevo i coglioni a nessuno, ho evitato di dirglielo ma le ho sputato addosso tutti gli ormoni da gravida dicendole che io ero incinta, stavo per mollare tutto per trasferirmi in un altro paese e idem non rompevo i coglioni a nessuno, quindi perché il mondo doveva girare intorno a lei? Mistero. (oltre alle milioni di volte che l’abbiamo coperta)

I social esprimono il peggio dell’individualità

Ecco, prendete questo ma moltiplicato per mille sui social. Noi abbiamo un blog e sul blog scriviamo un po’ quello che ci pare. Avremmo pure il diritto di inventarci delle cose, onestamente, perché appunto il blog è nostro. L’unico dovere che abbiamo è di essere oneste e chiare quando sponsorizziamo qualcosa per cui veniamo pagate.

Ma voi avete idea di quante situazioni diverse ci sono nel mondo?

Prendo solo il mio esempio.

Ho sempre lavorato, da quando avevo 18 anni.

A 27 mi sono ritrovata in maternità in un paese straniero. Ho partorito e per un anno e mezzo ho fatto la mamma a tempo pieno. Proprio pieno: no nonni, no tate, no vicine. Poi ho ripreso gli studi e ho avuto un’altra bambina, poi ho avuto il posto al nido, poi ho trovato lavoro, poi mio marito se n’è andato in Pakistan, poi è tornato ma se n’è andato a Panama, poi mi sono licenziata per andare a Panama, a Panama avevo una persona che puliva casa mia OGNI GIORNO e dio la benedica perché non era la signora delle pulizie ma una mamma per me, però lavoravo comunque free lance, poi sono tornata a Parigi e ho cambiato tre lavori e ora sono autonoma.

Potrei spiegarvi ogni scelta, smentire ogni supposizione errata, bla bla bla.

Ma vi sfido a trovare qualcuno che possa avere una vita uguale alla mia. E perché io avrei più diritto degli altri di pretendere empatia?

L’empatia deve essere un dare e avere

La verità è che nessuno può mettersi nei panni degli altri. Puoi provare a capire, ma nessuno starà mai vivendo quello che vivi tu. Una mamma che lavora sarà diversa da un’altra che ugualmente lavora, una che non lavora sarà diversa da un’altra e via dicendo.

Non esistono dogmi. Si possono dire delle cose in linea di massima: una mamma che lavora ha meno tempo di chi non lavora, a parità di situazione, ma poi… “mio marito lavora più del tuo”, “io ho tre figli tu uno”, “io non ho i nonni”, “io vivo all’estero”.

Facciamocene una ragione: troveremo sempre chi ha una vita più incasinata o più facile della nostra, e come abbiamo detto tante volte non è una gara.

Sfogarsi ci sta, prendersela per tutto no

Lo sfogo ci sta, per questo esistono gli account Facebook e Instagram, esistono i blog che uno si crea per sfogarsi, o magari per dirsi “wow, brava”. Quando facevo la figa perché facevo tutto nonostante lavoro full time, marito all’estero e via dicendo, magari non era per dire che merde che siete voi, ma perché avevo bisogno di una pacca sulla spalla.

Invece pensiamo che il mondo giri intorno a noi, come la mia ex collega o come quella che mi disse che non era un’ameba come io pensavo (?) solo perché le avevo detto che lavorando non avevo il tempo di stare dietro a ottomila chat whatsapp e messaggi e telefonate ecc ecc.

Se si pretende empatia, bisognerebbe anche dimostrarla

Ma ormai tra attacchi agli stranieri, offese agli omosessuali, offese a chi tiene un blog (su cui, ripeto, si è liberi di scrivere quello che ci pare, non c’è nessun dovere ma di contro c’è un bellissimo modo per evitare di farsi il sangue amaro: smettere di seguirlo), messaggi privati che cominciano con “non ti offendere ma… (sembri più vecchia, i capelli ti stanno di merda, questo cibo sembra vomito)” a me fa molto ridere che poi si chieda di capire ogni singola situazione come fosse la nostra.

Perché no, non lo è. Voi pensate di conoscere e capire le nostre vite perché le scriviamo in un blog e vi assicuro che non è così. Immaginate come noi potremmo conoscere e capire le vostre.

Ma magari se ci mettiamo tutte tutte tutte un po’ più di empatia, anche chi pensa di meritarne di più (molto relativo, credetemi), le cose in questo mondo del cavolo andrebbero meglio. Mi sono stancata di leggere che non c’è solidarietà tra le donne e poi dover passare due giorni a difendere un’amica, veramente.

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1 Comment

  • No non è possibile, l’ho capito ieri quando a “mi hanno tolto la colecisti” la risposta è stata “ah si? anche a me hanno fatto la gastroscopia”
    Va bhè, comunque a me il vostro blog piace, mi piacciono le vostre storie e i racconti della vostra vita perché mi fanno pensare contemporaneamente “ah non sono solo io!” e “Ma allora posso farcela anche io!”. Mi spiace che in questo periodo molti post siano risposte ad attacchi che ricevete, non è giusto ma siete sempre state così bravo ad ignorarli, perché non continuare così.
    In bocca al lupo a tutte e tre

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