Le conseguenze di una società maschilista (o se preferite, basata sull’uomo)

società basata su uomo

Vi devo aver raccontato di quando, non troppo tempo fa, a cena dalla vicina mi sono arrabbiata tantissimo ad un certo punto della conversazione. Il marito di lei, un uomo di quasi 80 anni ma in forma e brillante, colto, aperto al mondo e via dicendo, ha detto:

“Quando c’è un problema coi bambini – sono malati, c’è sciopero, ecc – è la mamma che deve stare a casa, perché la mamma guadagna meno e riveste ruoli meno importanti“.

Non solo mi sono scaldata che sembrava sicuramente mi fumasse in cervello (forse mi fumava davvero), ma quando poi la moglie – che si ritiene una fervente femminista, che “ha fatto il ’68”) ha confermato quanto lui diceva – certo, aggiungendo un “purtroppo” – non ci ho proprio più visto e mi sono quasi venute le lacrime. Una donna che ha sempre lavorato, che ha dovuto occuparsi della casa, dei figli (della loro figlia e dei due figli di lui) mentre lui non faceva una cippa, a detta sua.

In questi giorni tutto questo mi è tornato alla memoria e mi ha fatto malissimo. Perché non riaprono le scuole in Italia?

Perché forse nel nostro paese si ragiona come ragionano i miei vicini: quando c’è un problema, tranquilli, sta a casa chi guadagna meno, chi lavora meno, chi fa lavori più umili. Che non vuol dire ESPLICITAMENTE la donna, ma nel 90% dei casi, ahimè, vuol dire implicitamente la donna.

Conosco coppie in cui lei guadagna più di lui, o in cui lei e lui sono praticamente allo stesso livello, come impegno e come stipendio. Conosco coppie che hanno un’attività insieme. Conosco uomini che stanno a casa.

Ma ahimè conosco un numero infinito di coppie in cui lui guadagna di più, lui lavora di più, lui ha più responsabilità. È inutile girarci intorno, è così. E se l’economia deve ripartire, e se una famiglia deve sopravvivere, chi si sacrificherà?

No, non parlo per me. La mia vita è stata talmente diversa da quella della maggior parte di voi, tra i trasferimenti all’estero e tutto il resto, che non parlerò di me, non mi interessa. Parlo della normalità, della maggior parte delle donne di oggi, perlomeno in Italia.

Invece di parlare di me, o di mia cuggina, o di “io conosco tante donne che”, vi parlerò coi dati.

Ecco quelli dell’ultimo censimento sul lavoro femminile in Europa:

Se si prendono in considerazione le donne tra i 15 e i 64 anni fino al 2018 risulta impiegato, dai dati Eurostat, il 56,2% contro il 68,3% nella Ue. L’Italia ha un gap di differenza tra uomini e donne di quasi 19 punti, il peggiore dopo Malta. Ma siamo indietro anche come percentuale di donne occupate in età da lavoro: 49,5%, fa peggio di noi solo la Grecia. Pur crescendo negli anni il numero delle donne impiegate, questa percentuale non raggiunge comunque i livelli della media dei paesi dell’Unione Europea.

(una delle fonti è qui ma i dati sono Eurostat)

L’articolo comunque continua, con dati simpatici:

I dati Eurostat evidenziano anche che una persona su cinque tra i 25 e i 54 anni (22,1%) è fuori dal mercato del lavoro, uno dei più alti in Europa, ma se si parla di donne la percentuale sale al 32,6%, una su tre, mentre nella Ue la media è sotto il 20%. E spesso i motivi sono familiari.

E ancora:

Il tasso di occupazione femminile scende in base all’età dei bambini, più sono piccoli e più la percentuale è bassa. Solo il 38% delle donne ha cambiato qualcosa nella propria attività lavorativa per occuparsi dei figli, rispetto al quasi 12% dei padri. Le madri hanno richiesto un passaggio al part time o una modifica dell’orario di lavoro per andare incontro alle esigenze dei piccoli, e lo hanno potuto fare soprattutto coloro che hanno una professione qualificata o impiegatizia, più penalizzate le operaie.

Per quanto riguarda invece l’uso del part time, ecco cosa dice l’Istat (non mia cuggina) riguardo ai dati europei:

In media, nell’Ue il tasso di occupazione degli uomini è più alto di quello delle donne (74 % e 63 % rispettivamente nel 2018). E’ comunque interessante notare che la differenza tra il tasso di occupazione delle donne e degli uomini aumenta con il numero di figli.

Che va oltre, spiegandoci che il part time non è distribuito in maniera uniforme tra uomini e donne perché i primi sono impiegati a tempo parziale solo al 9%, mentre le donne… al 31%. Che vuol dire più del triplo, in percentuale.

Ma passiamo invece agli stipendi. Come ci spiega Open:

L’inserimento nel mondo del lavoro rimane più difficile per le donne rispetto agli uomini nonostante le donne vantino livelli di istruzione più elevati. Se la sovraistruzione cresce anche per gli uomini, lo fa maggiormente per le laureate e le giovani fino ai 34 anni: nella media dei primi tre trimestri del 2019, rispettivamente il 35,2% e il 42% hanno faticato a trovare un lavoro all’altezza della propria formazione.

Non solo, a parità di ruolo persiste anche il divario salariale. Se è molto basso nel settore pubblico (dati del 2017), nel settore privato il “gender pay gap” è di molto maggiore: 20,7%. Guardando al reddito, nel 2017 quello delle donne è in media del 25% inferiore a quelli degli uomini (15.373 euro rispetto a 20.453 euro).

Potrei continuare a portarvi dati in continuazione ma credo che molte di voi si ritrovino in questi numeri, purtroppo.

Quindi no, l’esigenza di riaprire le scuole (o di fornire piuttosto un’alternativa CONCRETA e realistica) non è delle madri, per carità. Ma ricade direttamente madri per un sistema sociale fatto in questo modo, dove le donne lavorano meno, e se lavorano spesso lavorano meno tempo, e comunque guadagnano meno.

Possiamo chiedere quello che vogliamo ai nostri compagni, io al mio chiedevo che si alzasse la notte per farmi dormire mentre io ero in maternità e lui aveva appena cambiato lavoro, e lo faceva eh, fatto sta che se vi dicessi qual è il gender gap pay – quanto lui guadagna più di me – oggi, a dieci anni di distanza, vi mettereste a ridere. E ripeto, la mia situazione è particolare e non mi interessa parlare di me e portarla ad esempio, ma voglio dire che per quanto i nostri compagni siano interscambiabili – e sì lo so, molti lo sono, evviva! – oggi non possiamo fare una rivoluzione, non abbiamo tempo, non ne abbiamo i mezzi, non possiamo niente.

Ma da qualche parte questi numeri dobbiamo ricordarceli, se non per l’apertura delle scuole di cui sentiamo l’esigenza oggi almeno per il nostro futuro e quello delle nostre figlie. Perché la differenza di genere sul lavoro è una realtà, lo è per chi ha figli ma anche per chi non ne ha, e non è giusto.

C’è un motivo se le donne creano comunità online (come questa). Se si inventano lavori – chi dall’oggi al domani diventa qualcosa, non solo influencer ma anche personal shopper, interior designer, io mi ritrovo sempre a criticare chi lo fa senza avere le competenze ma a pensarci bene è un grido d’allarme, è un “nessuno mi dà credibilità, ho studiato, non mi cagano, mi devo occupare dei figli, allora ci provo, magari mi va bene” – se firmano petizioni e via dicendo.

Perché quel GAP è reale. Esiste. Persiste. Ed è arrivato il momento di fare qualcosa, per noi tutte e per le donne di domani.

Perché l’unica cosa che dobbiamo imparare dagli uomini non è certo a rendere sul lavoro, o a gestire famiglia e lavoro.

L’unica cosa che dobbiamo imparare è a fare squadra.

Perché voi l’avete mai visto un uomo litigare con un altro uomo su chi è il padre più bravo?

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