Quarantena: tutte le bugie che ci hanno detto

confino coronavirus

Io ci avevo creduto, quando tutto questo è iniziato.

Mi ci avevano fatto credere perché lo dicevano anche gli psicologi, che eventi così cambiano le persone.

Che avremmo, tutti, riscoperto la gioia per le piccole cose. Che sarebbe tornata la solidarietà, quella facile e immediata, che non chiede niente in cambio. Che ci saremmo sacrificati per un bene comune, gente normale, giovani, anziani, politici, medici, insegnanti, lavoratori. Che avremmo iniziato a pagare tutti le tasse rendendoci conto di quanto in realtà sia importante pagarle, perché sennò la macchina non va avanti.

Ci avevo creduto, davvero.

Invece ho visto una corsa ai bonus da parte di chi potrebbe rinunciare.

“Ma io ne ho diritto!”.

Certo, per carità, ne hai diritto. Ma non ne hai bisogno, potresti metterti una mano sul cuore.

“Ma così io lo prendo sempre nel c…!”.

E certo.

Ho visto persone lavorare ad ore lasciate a casa – ovviamente – dall’oggi al domani e nessun datore di lavoro che abbia detto loro: hai bisogno? Ho un’amica che fa le pulizie per diverse famiglie, tutte benestanti, nessuna vuole metterla in regola, e nessuno le pagherà niente. Si sono preoccupati di come mangerà? No.

Ho visto il solito individualismo. Persone andare a fare la spesa una volta al giorno e che prendono tutto, lo finiscono perché sono più furbe e tiè. Usare qualsiasi scusa possibile per uscire perché insomma io ne ho diritto.

Gli anziani restano anziani spesso soli, nelle case, per scelta di nessuno. Chi ha mai chiamato mia mamma per farle compagnia? Nessuno, tranne le persone che la chiamano sempre.

Ho visto sì, solidarietà. Ho visto tante persone mettere online contenuti gratuiti (ve ne condividiamo ogni giorno), ho visto aziende prestarsi per varie opere, dalla produzione alla consegna. Ho visto tante cose, sì.

Ma da chi, bene o male, è sempre stato così.

Ho visto anche sfruttare il periodo per pubblicizzare e speculare. Nel nostro mondo, non ne parliamo.

Non ho visto un cambiamento. Forse ho visto un divario ancora più grande tra chi conosceva l’empatia prima, tra chi sapeva rimboccarsi le maniche, e chi invece pensava a sé, a lamentarsi sempre e comunque, a sentirsi sempre il più poverino.

Tutti, più o meno, stiamo subendo problemi seri col lavoro.

Tutti, più o meno, avremmo bisogno (e voglia) di uscire.

Tutti, più o meno, non sappiamo cosa sarà domani.

Ma come vivere tutto questo, in questo momento, è solo una decisione che dipende da noi.

E no, non intendo ascoltare altre lamentele. Essere o meno persone migliori, imparare dalla vita, è una scelta nostra. La resilienza è un’attitudine che si sviluppa, si coltiva, non la danno al supermercato coi punti.

Scegliere se essere solidali e empatici dipende soltanto da noi. Scegliere se imparare qualcosa dalla convivenza forzata, dall’accontentarsi, dal non poter fare sempre tutto quello che ci pare dipende da noi, soltanto da noi.

Da noi, generazione di viziati ed egoisti.

Pare che in casa ci resteremo ancora un po’ e quindi vi invito a riflettere: non sarebbe il caso davvero di guardarsi dentro, di passare meno tempo sui social a insultare gli altri – gente in strada, gente al super, politici, blogger e via dicendo – e più con se stessi, senza per forza leggere duemila libri, fare la gara a chi cucina di più, a chi ha più da lavorare, a chi vive nella casa più piccola, a chi ha la situazione peggiore?

Siamo ancora in tempo.

Tutte le prove difficili della vita possono renderci persone migliori: la perdita di un lavoro, la morte di qualcuno, una separazione, un tradimento, anche questo (che tutto sommato non è così male, se ci pensate, rispetto alle cose citate prima, se non ne include una).

E allora facciamolo. Diamo ragione a chi aveva detto che ne saremmo usciti migliori.

Sì, siamo ancora in tempo.

Basta scegliere.

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