Per i più piccoli il mondo si è fermato

bambini piccoli coronavirus

I bambini sono i grandi esclusi dal tentativo di ripartenza.

Noi genitori lo sappiamo bene, lo viviamo sulla nostra pelle ogni giorno: c’è chi protesta, chi si fa sentire, chi ha accettato pacificamente la cosa, chi ha pensato a costruirsi un’alternativa, chi non si dà pace anche se ormai.

Infuriano le polemiche sulla mancata riapertura delle scuole, scuole che comunque ormai sarebbero agli sgoccioli: i bambini della primaria, per non parlare dei ragazzi di medie e superiori sarebbero stati perfettamente in grado di rispettare le norme di distanziamento e di igiene, no? Perché tenerli a casa? Certo, per i piccoli è diverso…

Per i piccoli è diverso…

I piccoli.

Quelli che all’inizio liquidavamo in un angolo della mente con il tranquillizzante pensiero che per loro tanto contano solo mamma e papà e il resto non ha importanza.

Quelli che “se mamma e papà sono sereni, lo saranno anche loro”. Che è vero, eh, ma non è tutto ciò che conta.

Quelli che erano felicissimi di averci tutti per loro, che altro può loro occorrere?

Quelli che erano così contenti di essere a casa con noi, che l’asilo non era nei loro pensieri.

Quelli che però via via hanno cominciato a sentirsi dire sempre più spesso “ora no”, “adesso non posso”, “amore mamma deve lavorare”, “papà ha una call, ora, stai qui buono con la tv”, “tesoro, vieni, tieni il tablet, guarda questo che mamma ha una riunione”.

Quelli che ai “mamma giochiamo?” hanno avuto in risposta per giorni, settimane, mesi ormai, dei laconici, per non dire scocciati e nervosi, “dopo”.

Solo che questo “dopo” durava e dura sempre ore, la durata della giornata lavorativa. Perché per molti di noi lo smart working di smart non ha proprio niente e continua ad avere gli orari di lavoro ordinari: da mane a sera, tolta una veloce e caotica pausa pranzo.

Quelli che hanno usato, stra usato, abusato di quegli schermi da cui nella vita di prima li proteggevamo, quelli che hanno imparato a giocare da soli, a non disturbare troppo, a parlare a bassa voce appena ci vedono al telefono, a svegliarsi senza chiamare e ad arrivare piano piano, mettendo la testolina nella stanza per capire se possono annunciarsi con degli urletti felici o se devono farlo senza alzare la voce.

Quelli per cui il mondo si è fermato quella domenica 23 febbraio con l’annuncio della chiusura degli asili.

Perché per loro non ci sono state e non ci saranno lezioni ogni giorno, seppur dietro ad uno schermo, non ci sono compiti, non ci sono pagine da studiare, non ci sono partite con i compagni tutti insieme alla Playstation o al pc, non ci sono i messaggini sulle chat, non ci sono impegni.

Perché per loro, a parte mamma e papà, non c’è stato più e non c’è niente di niente.

E i tentativi di didattica a distanza per i più piccolini, che qualcuno ha tentato e per qualcuno funzionano, sono stati e sono per me del tutto inutili:

in questa fase serve la coccola, serve l’abbraccio, serve tenersi per mano, serve stare con i compagni per imparare DA loro e soprattutto CON loro, serve guardare come colora l’amico per poter imparare a farlo, serve cantare tutti insieme una canzone con la stessa gestualità per sentirsi parte di una famiglia che non è la propria, serve guardare come mangia gli spaghetti Giulia per fare come lei, serve guardare come salta a piedi uniti Francesco per poter provare a farlo, serve guardare come Isabella scrive 1, 2 e 3 per poter imparare a fare lo stesso.

Serve guardare gli altri diventare grandi per poterlo diventare a loro volta, per fare la strada tutti insieme, correndo per raggiungere chi è più avanti e fermandosi per aiutare chi è rimasto indietro.

Io non lo so che cosa si potrebbe fare oggi per i più piccoli, ma so che per loro, più che per chiunque altro, il mondo si è fermato quando cadeva la neve.

E oggi ci sono i papaveri.

 

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1 Comment

  • Mio figlio ha 3 anni e stava frequentando la materna da anticipatario. Un paio di settimane fa ha avuto la prima videochiamata con le maestre e i compagni a seguito della quale è seguito un pianto di sfogo in cui urlava abbracciandomi, coi lacrimoni RIVOGLIO L’ASILO, RIVOGLIO I MIEI COLLEGHI (a sentire usare questa parola al papà a casa, l’ha imparata e fatta propria, teneramente) DELL’ASILO MAMMAAAAA e via di lacrime. Mi ha spezzato il cuore perché se fino ad allora non ne parlava più tanto, anzi quasi lo aveva reso un argomento tabù, adesso si dispera e si libera.

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