Forse dovremmo smettere di parlarne

stop coronavirus

Guardo fuori dalla finestra: piove a dirotto. Il cielo piange, mi disse una volta qualcuno, e io ci avevo creduto davvero, e pensavo piangesse per me, perché me ne andavo.

Parlare del meteo era un’abitudine quasi intrinseca, acquisita con la nascita e con la capacità di linguaggio. Penso a mia mamma che, ogni volta che la chiamo, ogni giorno, a un certo punto qualunque della nostra conversazione me lo dice: che tempo fa lì? Non credo le interessi veramente, ma così è, si chiede, che tempo fa lì? Che tempo farà domani?

Oggi ho già letto non so quanto sul Covid. Oggi inteso proprio come giornata: mi sono svegliata alle sette, mentre scrivo sono le dieci e io stessa ho scritto già di Covid, e ho letto non so quanti post sui social che ne facevano riferimento – perché dobbiamo chiudere?, fortuna che io lavoro da casa, ma le estetiste restano aperte?, visto che non possiamo viaggiare, e via dicendo – e se le parole non menzionavano direttamente quella parola lì, ecco che comunque il discorso rimandava a.

Parlando di tutt’altro, per esempio, mi è stata citata una persona, sono andata a guardare le sue storie su Instagram pensando di trovarci ciò di cui stavamo parlando e… niente, parlava solo del Covid. Ho perso l’occasione di ascoltare d’altro, anche stavolta.

Qualche giorno fa, Wired ha pubblicato un bell’articolo su come affrontare meglio questo periodo che verrà, l’ennesimo, seppure atteso, possiamo ammetterlo e ammettercelo, anch’io che mettevo la testa sotto la sabbia dicendo eddai, migliorerà, insomma ha pubblicato questo articolo con cinque regole d’oro. Una di queste regole, manco a dirlo, cita proprio il fatto di non parlare continuamente del virus e di dedicare soltanto pochi minuti al giorno, decidendo quando, alle notizie.

Che era un po’ la regola, ricordo bene, che mi ero data durante il lockdown, quello vero: leggevo le notizie a sera, quando uscivano i numeri, ma mica per leggere i numeri, no. Soltanto per sapere come mi sarei dovuta comportare l’indomani. Avere notizie, insomma, su un andamento più globale, non morboso.

Ecco, questo è diventato quasi impossibile, perché il Covid ha impregnato ogni piccolo avvenimento del nostro quotidiano, ne ha segnato ogni discussione, ogni decisione, ogni mossa. Posso navigare – anche a vista – sui social e trovarvi che so, un bel post che parla d’amore. State certi che in qualche modo, magari tra i commenti, anche quando l’autore del post sarà stato bravo a non citare in nessun modo il virus, ci sarà qualcuno che lo tirerà fuori. Perché ancor meglio della felicità, c’è l’idea di qualcuno o qualcosa che ci impedisca di essere felici.

Perché a volte mi trovo a pensare proprio questo, e cioè che questo far ruotare ormai le nostre esistenze intorno a questa pandemia che ci è toccata abbia a che fare più con l’incapacità di vivere il presente, e quando dico viverlo intendo con tutto il corpo, la testa e i sentimenti, invece di lasciarci vivere.

Se è indubbio, purtroppo, che certe persone hanno a che fare non solo con la malattia – intesa non solo come positività al virus, ma piuttosto come ricoveri, periodi invalidanti, morte di cari – ma anche con le conseguenze nefaste legate alla perdita di lavoro, per esempio, è anche vero che molti di noi, che giudico colpiti in maniera minore, di sbieco, vuoi per una positività asintomatica vuoi per un lavoro che resta dov’è, non fanno che parlare d’altro. Che vivere d’altro.

Come se d’improvviso, nonostante la grande fortuna di ritrovarsi tutto sommato ai margini di ciò che accade, abbiano comunque bisogno di trovare la propria sciagura personale, e si rovinino il sangue, le giornate e quella felicità che invece potrebbero trovare nelle piccole cose, cercando la sfortuna ovunque, negli articoli, nei post, nelle discussioni. Attirandola, in qualche modo, anche laddove non ci sia.

Mi è capitato di leggere di persone che non guardano un film, o leggono un libro, senza che possano evitare di immaginarsi come sarebbe se: perché non hanno la mascherina, perché si abbracciano, perché il Covid non è anche nella fiction?

Ma per fortuna, non c’è.

Per fortuna esiste un mondo di evasione fatto di parole e immagini. E per fortuna ne esiste un altro per cui possiamo trovare spazio nella nostra testa: smettere di ricondurre tutto al Covid, smettere di cercare notizie sensazionalistiche o tragiche, smettere di vivere in attesa della prossima mossa del Covid.

Non permettergli di prendersi tutto.

Perché di mosse ne farà ancora tante, e forse è meglio se iniziamo a fargli il dito medio, invece di lasciargli occupare ogni piccolo anfratto delle nostre vite.

Eitchette adesive
Written By
More from Anna

Parigi: 10 cose da fare assolutamente coi bambini

Share this...FacebookPinterestTwitterLinkedinemailParigi è una delle città più belle del mondo, non per...
Read More

3 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.