“Ma anche ai nostri tempi…”: vi dico cosa c’è di sbagliato in questa frase

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Ultimamente mi capita di fare particolare attenzione a quello che dico e scrivo sui social e su internet in generale. Non perché prima non mi interessasse, ma perché ora, per motivi che non sto a spiegarvi, mi interessa di più: che immagine mando di me nel web? Cosa resterà, quando si cercherà il mio nome su Google?

Voi, ve lo siete mai chiesto? È un ragionamento che ho fatto, ogni tanto, senza però dargli molto peso. Il mio nome viene associato al blog, il più delle volte, perché abbiamo pubblicato un libro. Ci sono i miei post, su Instagram. Poi ci sono quelli sulla pagina Facebook. Insomma, le vie “pubbliche” sono queste. E questa è l’immagine che quindi voi tutti potete farvi di me cercando la mia identità in rete.

Se non vi siete mai fatti questa domanda – che immagine do di me su internet? – allora avete un problema: non ce l’avete tanto voi (anche se invece sì: quando vedo professionisti rispettabili fare video in mutande mi chiedo se sappiano che chiunque può vederli), ma ce l’avete rispetto ai vostri figli, perché non saprete assolutamente verificare che tipo di immagine daranno di loro.

Prendiamo noi ragazzine cresciute a pomeriggi di Non è la Rai: tutte, tutte noi oggi potremmo negare qui, ovunque, di essere state fan di Non è la Rai. Vestirsi da baby adulte a 11 anni? Ma figuriamoci! Il rossetto a 12 anni? Ma va’! Diciamo tutte “anche ai nostri tempi” senza veramente riconoscere – o ricordare – ciò che eravamo e facevamo ai nostri tempi perché di fondo di quei tempi non ci sono che i nostri ricordi, o delle foto che ci ha scattato la mamma e che restano in un cassetto a prendere polvere.

Io ricordo di aver portato dei tacchi, a 12 anni, erano di gomma e avevano un buco in cui passava la stringa. Ricordo che mettevo il mascara, e mia mamma mi diceva che mi sarebbero cadute le ciglia (cosa che non mi ha impedito di metterlo, e per fortuna aveva torto). Ricordo moltissime cose, che ho fatto a 12 anni, ma di tutte quelle cose non c’è traccia alcuna.

Posso costruire la mia immagine, la mia vita, senza bisogno di confrontarmi col mio passato perché del mio passato non sa niente nessuno, né voi, né chi pure a quell’epoca c’era ma mica vedeva tutto quel che facevo.

Sapete già dove voglio andare a parare, vero?

Tra dieci, vent’anni, trent’anni (io avevo dodici anni ormai ventisei anni fa), quei tacchi, quel mascara, le palpate virtuali, i balletti, le frasi oscene, le offese, tutte queste cose faranno parte del patrimonio degli adulti che sono stati bambini e ragazzini oggi. La loro eredità virtuale li perseguiterà per sempre, quando andranno agli esami, quando vorranno iscriversi a determinate scuole, quando faranno amicizie, quando conosceranno persone, quando si fidanzeranno, quando troveranno lavoro.

Basterà digitare “tizio” su google e si aprirà tutto lo storico.

Certo, gli account si eliminano. Ma credetemi, nessuno sarà mai e poi mai in grado di cancellare totalmente la propria presenza da internet. Perché oltre al fatto che si seminano commenti ovunque, e su quelli non si ha più controllo perché poi si perdono, chissà dove sono (ritrovereste voi tutti i commenti che avete lasciato in rete, per caso? Su Instagram, su Facebook?), anche quello che si pubblica sui propri account, che sparisca dopo 24 ore o si cancelli noi, può essere condiviso e screenshottato in eterno.

Ora, se io stessa a volte temo di aver scritto o pubblicato cose che potrebbero in qualche modo rimandare un’immagine di me che non voglio dare, io che ho quasi quarant’anni, che uso internet in maniera professionale, che seleziono cosa dire – non per risultare alterata rispetto alla realtà ma proprio per “proteggermi” – come pensate che un bambino o una bambina di sette, otto, ma anche dodici, tredici anni possa avere consapevolezza di quel che sta facendo?

Ricordo di aver chiesto a un forum di cancellare il mio account e con lui tutti i messaggi: non mi hanno mai risposto.

Il problema, infatti, non è tanto la minigonna sfoggiata nei video. Non è nemmeno la frase stupida, o la foto inviata con ingenuità.

Il problema, per i ragazzini del 2020, è che non si rendono conto della portata che prendono le cose lanciate in rete. Non si rendono conto di quanto sia facile essere presi di mira per una foto, per una frase, addirittura per un nickname, e non se ne rendono conto perché sono bambini e non hanno le competenze, la capacità e la maturità per farlo.

Ma noi sì, noi dovremmo saperlo.

Il problema è che ciò che li perseguita oggi, in più, potrebbe perseguitarli per anni a venire. Potrebbe essere che domani una di queste ragazzine si candidasse a una carica e venisse fuori qualcuno e dicesse oh, guardate un po’ qui cosa faceva questa ragazzina. Niente di grave, certo, ma vogliamo scoprirlo davvero? Potrebbe succedere che vostro figlio venisse rifiutato dalle ragazze, una volta adulto, perché in rete si trovano suoi commenti sessisti o violenti. Potrebbe succedere qualsiasi cosa perché su quel materiale loro non hanno nessun controllo.

Ma noi sì.

Noi abbiamo il dovere di informarci e di informare i nostri figli dei pericoli che corrono. Non solo dei maniaci, ma anche dell’ampiezza che prendono gesti e parole quando vengono distribuiti alla rete tramite messaggistica e social. Dell’eredità che questi gesti e queste parole rappresenteranno probabilmente per sempre. Noi dobbiamo essere i primi a non sprecare parole, a non diffondere un’immagine di noi che non vogliamo ci perseguiti.

Pensate ai messaggi di odio, a quelli ignoranti. Alle parole a vanvera. Alle offese. Alle critiche. Vedo centinaia di adulti scrivere cose raccapriccianti ogni giorno, addirittura essere passibili di denuncia, con nome e cognome, a volte pure mestiere. A volte persone riconoscibili tramite il lavoro che fanno: avvocati, insegnanti, funzionari pubblici. Non mi stupisce che non si insegni ai figli a usare bene internet quando si è i primi a usarlo male, malissimo. A non rendersi conto delle conseguenze sul tempo e nel tempo.

Ancor prima di vietare, ancor prima di concedere perché tanto “ai nostri tempi” era uguale – era uguale amoreggiare, era uguale volersi sentire grandi – insegniamo ai nostri figli a essere consapevoli delle proprie azioni.

Ci ringrazieranno, tra qualche anno.

Eitchette adesive

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3 Comments

  • Grazie per l’articolo. Mi soffermo perchè mi dà spunto di riflessione. La penso esattamente come te. Sarò retrò, ma mi chiedo? Cosa e come saremo tra 20 anni? E forse mi sono dato un lasso di tempo troppo lungo…

  • Vero.. e aggiungo.. che immagine diamo noi adulti dei nostri figli attraverso post che raccontano di cose che dicono, attraverso le nostre stories.. io ci sto pensando molto ultimamente specie con una figlia preadolescente, al loro diritto alla loro privacy che deve essere tutelata da noi genitori, non tanto o non solo con i cuoricini che coprono i loro visi..

    • Già, soprattutto quando iniziano ad essere grandicelli e quindi spesso anche i loro amici hanno accesso ai social (purtroppo, ma non perché vedono se noi pubblichiamo qualcosa, dico purtroppo perché non dovrebbero averlo fino a una certa età).

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