giovedì 22 giugno 2017

Seggiolini auto: qualche consiglio per viaggiare sicuri





Come sapete, la normativa in tema di sicurezza stradale per i bambini è cambiata da gennaio.

Cosa è successo?

E' successo che il rialzo non è più ammesso se non per bambini che superano i 125 cm e non arrivano ancora a 150 cm.

Per i bimbi sotto i 125 cm occorre un seggiolino gruppo 3.

No, l'alzatina non è sufficiente. No, non importa che il tragitto è breve: non è sicura, non si usa, punto. La maggior parte degli incidenti che coinvolgono bambini avviene in città, nei brevi tragitti e a velocità ridotta. Peccato che un incidente a 50 km/h equivalga per un bambino a una caduta dal terzo piano, non so se rendo...

Lo sapevate che in auto anche la navicella, pure se omologata, non è sicura quanto l'ovetto?

Già. I neonati fin dal primo viaggio dall'ospedale a casa dovrebbero essere posizionati nell'ovetto, che peraltro andrebbe usato solo in auto e non a spasso. Perché?

Perché non è un passeggino.

Perché non lascia il neonato completamente disteso, ad esempio.

Perché se cade dovrebbe essere sostituito potendo non essere più sicuro.

mercoledì 21 giugno 2017

La solitudine delle mamme

Il momento in cui si diventa mamme, in cui ci si sdoppia, in cui ci si sente dire "da oggi non sarai più sola" è invece di solito  il momento di maggior solitudine per una donna.

Ti si senti sola in sala parto, anche se è piena di gente, perchè si capisci che spetterà a te  la cura di quell'esserino nuovo di zecca che non ha idea di cosa sia il mondo. E non ti senti in grado.

Ti si senti sola la prima notte a casa, anche se c'è tuo marito con te. Pensi che non ce la farai mai.

Ti senti  perduta il giorno in cui tuo marito rientra al lavoro e ti trovi davvero sola in casa, tu e lui soltanto.

Ti senti sola quando rientri al lavoro, perchè nessuno capisce quanto ti senti dilaniata. O sollevata.

Ti senti sola quando firmi le dimissioni, perchè nessuno capisce la paura che hai di aver sbagliato.

Ti senti sola se non lavori, perchè sei sempre e solo con tuo figlio, e ti sembra insostenibile a volte.

Ti senti sola quando ti danno consigli che sai già non funzioneranno.

martedì 20 giugno 2017

Qual è il primo gesto che compiete al mattino?



Quando avevo 25 anni ho perso mio papà, e mi sono promessa che, se avessi avuto dei figli, avrei fatto di tutto per mantenermi in salute: ho iniziato a fare sport, a mangiare prevalentemente frutta e verdura, ho smesso di fumare, ho cambiato molte delle mie abitudini. E ho sostituito qualsiasi tipo di bevanda con l’acqua, a parte il caffè la mattina, un tè ogni tanto e, ovviamente, il vino. 

Poi sono diventata mamma davvero, e ho allattato al seno mia figlia, e ai suoi sei mesi ho iniziato a darle del cibo. Abbiamo fatto auto-svezzamento, ed insieme al nostro cibo le davo anche la nostra acqua. Ricordo quanto ci ho messo a trovare un bicchierino col beccuccio che le andasse bene, e alla fine avevo ripiegato sul biberon. Biberon che veniva riempito più e più volte e che, a fine giornata, si infilava nel lettino e piano piano si svuotava, nella notte. 

Oggi le mie figlie hanno 5 e 7 anni, il biberon è archiviato da un bel po’, hanno scoperto cosa sono le bevande gassate, hanno una passione per il cibo spazzatura, ma c’è ancora un gesto che fanno ogni sera e ogni mattina: la sera riempiono la borraccia che tengono vicino al letto, la mattina bevono un bicchier d’acqua prima di fare colazione, proprio come faccio io (io però ci metto il limone!). 

Non mi abituerò mai agli addii



Da qualche parte l'ho già scritto: sono una di quelle persone che quando lasciano la camera di un hotel si guardano indietro, chiudendo la porta, con un velo di nostalgia. Gli addii non fanno per me, nemmeno quando si tratta di viaggi

E adesso mi trovo a dire addio ad un posto che mi ha vista vivere per oltre un anno e mezzo.

Quando salii sull'autobus che mi riportava in Italia dopo un semestre ad insegnare all'Università di Minsk, piansi tutte le lacrime che non avevo pianto in 24 anni di vita. Mi lasciavo indietro non solo persone a cui volevo un bene immenso, ma anche una quotidianità che non sarebbe più tornata, "la mia Minsk" che non sarebbe più esistita, la me di quei giorni che non sarebbe più stata la stessa.

Oggi mi ritrovo a dire addio ad un posto in cui non volevo venire, che non ho mai amato e che probabilmente non avrei mai amato nemmeno tra vent'anni, per tornare là dove batte il mio cuore e dove mi sento a casa, eppure no, non è facile per niente dire addio. E lo è ancora meno perché in questo pezzo di vita, in questi mesi e in queste stagioni, in queste albe e in questi tramonti, ho visto crescere le mie figlie. I loro capelli si sono allungati, le loro gambe si sono allungate, il loro vocabolario è triplicato, i loro occhi si sono riempiti di infinite sfumature che prima non avevano mai conosciuto. Non è facile sapere che quei raggi di sole che illuminano le tue pareti non ci saranno più a dare il buongiorno ai loro sorrisi, che non sentirai più parlare di Garance e di Lorraine, che non porteranno più quelle magliette con il logo del liceo francese di Panama, che i nostri riti scompariranno per sempre, per fare spazio a dei nuovi che prenderanno posto là dove ne esistevano già di vecchi, in una nuova casa ma sotto lo stesso cielo.

Gli addii non fanno per me, decidere cosa resta e cosa se ne va, sapendo che dovrò separarmi per sempre da cosa resta, dagli oggetti e dalle persone, che sono entrate nella mia vita per caso e che sembrano farne parte da sempre. 

lunedì 19 giugno 2017

Mio marito non mi aiuta

Mio marito non mi aiuta.

Quante volte avete sentito questa frase?

Avete mai pensato a che significhi davvero questa frase? Significa che a me, donna, spettano i lavori domestici, le mansioni accessorie e la cura dei figli, degli animali di casa e del parentame.

Da questo discende che un marito o un compagno si occupa di queste cose significa che sta facendo un favore a noi donne.

Da qui, la seconda frase più irritante al mondo dopo la prima, che è quella detta alla donna che viene aiutata:

"Sei fortunata!"

venerdì 16 giugno 2017

Fumo passivo e di terza mano: proteggiamo i nostri bambini!

Che il fumo faccia male è ormai, fortunatamente, assodato.
Non che questo cambi molto le cose, purtroppo è un vizio difficile da sradicare, perché coinvolge molti aspetti.
Non solo la dipendenza dalla nicotina, che quello è rimediabile tra cerotti e altri dispositivi in commercio, quello a cui è più difficile rinunciare è il gesto, l’abitudine di inframezzare le giornate con la pausa sigaretta, o altri automatismi che i fumatori ben conoscono: metà mattina: sigaretta, dopo pranzo, dopo cena, con un aperitivo… tutte abitudinia cui è faticosissimo rinunciare, anche se si sa bene cosa si rischia.

Il fumo di sigaretta è  responsabile del 80-85% dei casi di tumore al polmone,  tumore è per lo più asintomatico cosicché il 70-75% dei pazienti effetti dalla patologia arriva alla diagnosi già in fase tardiva per un intervento davvero efficace.

Ma non serve saperlo, non serve dirlo, non serve nemmeno leggerlo sui pacchetti di sigarette che ormai sono pieni di immagini spaltter che o si coprono o si ignorano.
Deve scattare qualcosa dentro, un po' come per iniziare una dieta.
La forza di volontà, in fodno, ce l'abbiamo tutti, quello che serve è un click, interno, che innesti il percorso.

Ma finchè giochiamo con la nostra vita, sono, tutto sommato, fatti nostri.

Il problema è che si gioca anche con quella degli altri, dei più piccoli, in primis.

Infatti se tutti hanno la consapevolezza del fatto che il fumo fa male, ancora si fatica a “credere” che anche il fumo passivo faccia gli stessi danni.
Il fumo indiretto invece è altrettanto nocivo di quello diretto.
Anche il fumo di terza mano, quello che rimane su abiti, pelle, capelli, è altrettanto dannoso.

Il  fumo di terza mano è quello che mi spaventa di più.

Forse  molti non sanno nemmeno cosa sia.

Il fumo passivo classicamente inteso è quello che si respira stando vicino a chi fuma.
Quello cd. di terza mano è invece quello che rimane come residuo nell’ambiente o sui vestiti anche dopo diverso tempo e che diviene ogni giorno più tossico per chi soggiorna in un locale in cui è presente.

giovedì 15 giugno 2017

Mia suocera è la nonna dei miei figli

Raramente ho sentito parlar bene delle suocere. Dalle nuore come dai generi: troppo invadenti, troppo criticone, hanno anche la colpa di aver cresciuto il figlio o la figlia in quel modo lì, pieno di difetti. 

Eppure io mia suocera non la odio. Nemmeno voi, vero? 

Quando l'ho conosciuta avevo appena conosciuto suo figlio, undici anni fa. Ho capito subito che eravamo come il giorno e la notte, il bianco ed il nero, il caldo ed il freddo, dove io ero il caldo delle fiamme dell'inferno e lei il freddo delle celle di clausura. 

Lei devota alla famiglia, dipendente dal marito, pacata e... maniaca, posso dirlo?, dell'ordine e della pulizia. 
Io ero appena sbarcata a Milano in casa di uno sconosciuto dopo aver lasciato il mio allora fidanzato (nemmeno il primo), con in testa mille idee tranne quella di pulire e tenere in ordine. Mi alzavo a mezzogiorno. 
Ricordo che proprio all'inizio partimmo per qualche giorno in Toscana e, al nostro ritorno, avevo trovato la biancheria lavata e stirata, comprese le mie mutande. 
Ricordo che quando non c'eravamo ci metteva il salame in frigo, e io non mangio salame. 
Ricordo che una volta mi ha detto che dovevo appendere i panni lavati in maniera ordinata, per fare meno fatica dopo a ritirarli. 
Ricordo molte altre cose che mi facevano imbestialire, anche se ripensandoci oggi non capisco mica perché. 

Poi ci siamo trasferiti all'estero, abbiamo avuto due bambine, mio suocero è mancato quando la seconda ancora non camminava. Ha iniziato a farlo nove giorni dopo, lo ricorderò per sempre. 

E io non ho più praticamente visto mia suocera. Mio marito, pochi mesi dopo, è partito per il Pakistan, e in quei due anni sola ho ricevuto sì e no tre telefonate, in cui mi si diceva che mio marito aveva sbagliato, che poverina da sola chissà come facevo, che mi si pensava tanto e via dicendo.

mercoledì 14 giugno 2017

Per rilassarvi davvero, perdetevi nel verde

A inizio anno, quando ci sentivamo un po' oppressi dalla routine e dalla noia, abbiamo deciso di fare una cosa bella al mese.
Ve ne avevo parlato: #1cosabella, appunto, ma bella davvero da attendere con gioia.

Finora abbiamo risolto, quasi sempre, con un week end fuori porta.
E, abitando in mezzo ai monti e ai caprioli, devo dire che optiamo sempre, con soddisfazione,  per le città.

Ma a maggio abbiamo scelto un posto totalmente nuovo per noi: una fattoria.

Non avevamo molto tempo, quindi siamo rimasti una notte sola.
Beh, l'esperienza è stata così positiva che me ne sono pentita: 3 giorni sarebbero serviti tutti!

Confesso che non nutrivo grandi aspettative, invece siamo stati davvero sorpresi.

Non è semplice descrivere la pace, il silenzio, l'assenza di pensieri.

Lascio parlare qualche fotografia:

  


I bimbi sono immediatamente spariti: e con immediatamente intendo che non abbiamo nemmeno fatto in tempo a tirare fuori la valigia dall'auto.




lunedì 12 giugno 2017

Il nuovo piano vaccinale

Prima di trasferirci a Panama, l’azienda di mio marito ci ha fatto fare un check-up completo in un centro di medicina internazionale di Parigi. Elettrocardiogramma, lastre ai polmoni, esami del sangue e delle urine, visita e, infine, aggiornamento dei vaccini. 
Perché in alcune parti del mondo esistono malattie che da noi non sono diffuse. 

Per esempio il tifo, per cui siamo state vaccinate. Per esempio l’epatite A, per cui siamo state vaccinate. Ci hanno consigliato di fare la TBC (le mie figlie, perché io sono risultata positiva al test alle elementari), ma bisogna fare il test, che deve essere poi controllato, e noi partivamo poco dopo e non sarebbe stato possibile. Ci hanno consigliato di fare la febbre gialla appena arrivati sul posto. 
Abbiamo fatto tutto. 
È stato lungo e doloroso, perché Penelope ha una paura matta degli aghi e io non sono una mamma che tiene ferma con le catene, perciò ho dovuto calmarla. 

Ma l’ho fatto cosciente di farle del bene.
Voi portereste i vostri figli in un paese a rischio zika, dengue, malaria, febbre gialla, tifo, poliomelite? 
Sì, anche poliomelite: mio marito ha vissuto in Pakistan e ha dovuto fare in fretta il richiamo perché Pakistan e Afghanistan restano gli unici due paesi al mondo in cui si può ancora contrarre questa malattia. Sapete perché altrove no? 

Perché hanno vaccinato tutti, o quasi.

Vivere la vita in positivo, ovvero provare ad essere felici

Quando ripenso a come mi sentivo due anni fa mi sembra incredibile essere qui, oggi. 
Due anni fa vivevo a Parigi, mio marito era a Panama da alcuni mesi, dopo aver passato un anno in Pakistan, io ero stanca, sconsolata e soprattutto mi sentivo morire dentro ogni volta che pensavo che avrei dovuto prendere una decisione, che non riuscivo più ad andare avanti tra lavoro, bambine e pressioni di mio marito. Mi sentivo come se tutto il peso del mondo lo stessi scontando io: non riuscivo più a mantenere la calma con le mie figlie, correvo senza sapere dove andavo esattamente, mi sentivo sola, ce l'avevo a morte con mio marito per aver rovinato per sempre la nostra famiglia perfetta, per aver rotto i nostri equilibri, per avermi lasciato sola a crescere le bambine che aveva voluto anche più di me. 
Da quello che scrivevo credo si capisse: cercavo di sentirmi migliore degli altri perché semplicemente ero in un gran casino, e solo ripetermi che ce la facevo, che stavo a galla e anche dignitosamente, mi permetteva di andare avanti. 

Poi un giorno è scattato qualcosa, o forse semplicemente ho capito che non ce la facevo più. Che le mie figlie avevano il diritto a vivere una vita più riposata, più "normale", anziché sempre con me, di corsa, con me, di corsa. E così ho deciso che avrei lasciato Parigi, la mia casa, le mie amiche, il mio lavoro, e sarei venuta a Panama. 

Per i tre mesi che sono trascorsi tra la mia decisione e la partenza mi sono sentita morire dentro ogni giorno. Piangevo tutte le lacrime che avevo pensando che non era giusto, che io non dovevo lasciare tutto, un'altra volta, perché ero obbligata. Che avrei voluto scegliere, che avrei voluto decidere. 

Ma poi ho deciso: ho deciso di smettere di piangermi addosso. Che forse sì, quella che stavo vivendo era un'ingiustizia, ma mi sarei concentrata sulla cosa positiva, sul motivo per cui lo facevo: le mie figlie avrebbero vissuto di nuovo col padre, dopo due anni separate da lui. 

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