venerdì 22 settembre 2017

Le nostre curiose vacanze in Irpinia


Quando è stato tempo di pianificare le vacanze estive, che come sempre ci toccano a ferragosto, ci sono cadute un po' le balle per terra, per usare un francesismo.
Le mete che ci piacevano erano tutte sconsigliate ad agosto, troppa gente, troppo care, troppo caldo.
Ovunque, i prezzi erano già folli, pur prenotando a marzo.

E quindi abbiamo deciso di fare delle vacanze un po' anomale in Irpinia,  per partecipare allo Sponz Fest (festival ideato e diretto da Vinicio Capossela  che ci allettava sin da suo primo anno), cercando di spendere il meno possibile, per poi andarcene in Thailandia o in Vietnam a Natale.

Ho quindi prenotato un appartamento fatiscente su Airbnb per 150 euro la settimana, e mi son messa a cercare voli per il nostro sogno invernale.
Ovviamente i voli erano più cari che mai e quindi ho continuato a rimandare, finchè si sono presentate spese impreviste ed urgenti che hanno definitivamente fatto accantonare la speranza di spaparanzarci al mare in inverno.

Pazienza, accantonata l'Asia, godiamoci l'Irpinia!

E così, un lunedì di agosto siamo partiti.
Abbiamo spezzato i 900 km di viaggio dormendo ad Ancona e poi giù, attraversando l'Italia  ed ammirandone la costa (e ovviamente io mi mordevo le mani, perchè avrei tanto voluto sguazzare in quell'acqua meravigliosa!).

La nostra base era Calitri, un paesino tutto arroccato sulla collina.







La prima cosa che mi ha stupito, manco a dirlo, per nordici come noi, sono stati gli orari.
Siamo arrivati alle 14.30, e non speravamo di riuscire a pranzare. 
Ci indicano un ristorante, chiediamo di poter avere almeno un piatto freddo, e ci guardano un po' straniti: praticamente stavano aprendo la cucina in quel momento. Qualche giorno dopo, dopo esserci persi sui monti irpini, siamo finiti stremati in un ristorante a Melfi alle 15. Anche qui, sorprendentemente, cucina aperta e clienti che arrivavano pure dopo di noi.
Amici del sud, se venite in Trentino e prevedete di arrivare tardi, portatevi il pranzo al sacco, perchè a quell'ora vi accompagneranno all'uscita senza tanti complimenti.



Questa è stata una costante della vacanza: ci presentavamo a cena agli stand alle 20 e le signore avevano ancora da allestire le cucine (le amo!).



La seconda cosa che mi ha lasciato di stucco è il numero di negozi.
Vengo da un paesino all'incirca come Calitri, ma sopravvivono giusto i bar, qualche pizzeria, una parrucchiera, un panificio e un fioraio.
Tutto il resto ha chiuso, specie i negozi di vestiti, si va nei centri commerciali.

giovedì 21 settembre 2017

10 falsi miti sulle mamme che lavorano



L'eterna diatriba... meglio la mamma che lavora o quella che "si sacrifica" per la famiglia? Come diciamo sempre, è una scelta personale, su cui nessuno può mettere bocca. Eppure... Eppure sulle mamme che lavorano girano un sacco di falsi miti. Che ci teniamo a sfatare una volta per tutte. 

NDR Perdonate se è sulle mamme che lavorano, questo post. Magari un giorno faremo anche quello dei 10 falsi miti sulle mamme che non lavorano

VERO o FALSO: le mamme che lavorano


1. hanno più tempo per sé


Certo, tra un inserimento al nido, una riunione importante, un figlio malato... vuoi non avere del tempo per te? Premesso che il tempo, se si vuole, si trova sempre, NO, una mamma che lavora non ne ha di più. È un semplice calcolo: per almeno otto ore al giorno deve dedicarsi ad un'attività che non può rimandare e poi, poi ha tutto il resto. 

2. qualcuno si occupa dei loro figli


Tipo la scuola? Il fatto che dei bambini stiano con altre persone non significa che la mamma non ne abbia la responsabilità. Certo, fino ai tre anni non sarà lei a stare con loro, come succede invece per le mamme che non lavorano (che pure - e lungi da noi criticarle!! - possono avere nonni, babysitter o utilizzare il nido), ma dai tre anni in poi comunque sarebbe la scuola "ad occuparsene". Di che parliamo, quindi? C'è qualcuno la notte? Il sabato e la domenica? E soprattutto: i padri dove sono?

mercoledì 20 settembre 2017

Le scelte delle mamme






Le scelte delle mamme, che poi sono le scelte dei genitori molto spesso, ma chissà perché il loro peso finisce per ricadere sempre sulla mamma, sono ciò che di più sindacabile ci sia sulla faccia della Terra. E non solo ogni decisione è discutibile, ma può serenamente essere oggetto di insulto libero.

Ma perché?

Al netto dei casi della cronaca nera e di qualche caso da psichiatria, normalmente una madre ama i figli e cerca di fare quello che crede meglio per ciascuno di loro in rapporto anche, ovvio, alla propria vita.


martedì 19 settembre 2017

Benedetta routine

Si sa, i bambini amano la routine.
C'è un'età, verso i due anni, in cui sono quasi maniacali per quanto tutto deve essere identico: i riti serali devono essere immutabili, guai ad invertire.
Mettere un pigiama prima di aver lavato i denti se di solito facevate il contrario, può essere la fine.

Alcuni bimbi sono così metodici che si fatica a portarli in vacanza.
Il mio piccolo appena arrivati mi diceva: sì bello, ma quando si torna a casa?
E non è poi molto cambiato, ieri sera Ale diceva che vuole diventare ricco per comprarsi la casa con giardino per il suo procione (no, non abbiamo un procione, ma si è informato e sa tutto su come fare, ma pare sia indispensabile avere almeno un albero) e Alberto tristissimo mi dice "vero che non cambiamo casa mamma? Io mi sono abituato a questa, mi piace questa, possiamo non cambiare?".

Tranquillo tesoro, prima che io possa comprare la casa con giardino fai ora a sposarti e avere 4 figli.

Comunque.
Che i bimbi amino, esplicitamente o meno, la routine è risaputo.

Quello che si dice meno è che fa bene anche i genitori.

lunedì 18 settembre 2017

Bambini e cibo: quando cosa mettere in tavola diventa un problema



Nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione, far mangiare i bambini oggi sembra diventato un problema serio. Sarà che di cibo ne abbiamo troppo, sarò che abbiamo delegato troppo, che abbiamo lasciato scegliere perché dovevamo essere empatici e comprensivi, sarà che viviamo nel terrore che sviluppino qualche disturbo… ma diciamoci la verità, trovare bambini che non fanno storie non è semplicissimo. 

Io, come ho raccontato in passato, ho scelto l’autosvezzamento per entrambe le mie figlie, che sono state sedute a tavola con me non appena sono state in grado e hanno sempre mangiato quello che c’era per noi. E io, sostanzialmente, mangio chilate di verdura, tanti cereali, uso tanto i semi e via dicendo. Eppure…

Eppure anch’io ho una figlia che mangia tre cose in croce, e quelle tre cose a volte non sono nemmeno le stesse. Oggi le piacciono i fagiolini, ottimo, li preparo tra tre giorni e non li mangerà. Il perché? Un mistero. E le scenate?

Per questo ho accettato più che volentieri l’invito di Probios - azienda leader nella produzione e vendita di prodotti biologici in Italia - al Sana di Bologna, il salone del bio, per partecipare ad uno show cooking insieme ad uno chef vegan, il toscano Gabriele Palloni

Sì sì, avete capito bene: VEGAN. Noi 50sfumaturedimamma! Ma lo sapete, io di carne ne mangio davvero poca, per anni sono stata anche vegetariana (adesso, secondo le mode, sarei “flexitariana”), e quindi ho pensato che potevo contribuire a sfatare questo mito che con verdura, frutta, legumi, semi e cereali vari si preparino solo piatti tristi e insipidi. Ce l’avrò fatta? 

giovedì 14 settembre 2017

Scaldapappe e scaldabiberon: servono davvero?





Non sono mai stata una scaldatrice seriale di latte e di alimenti per bambini, un po' perché il latte, caldo o a temperatura ambiente che sia, non mi piace e quindi non colgo le differenze tra i due stati, un po' perché, lo sapete, sono per la praticità, sempre e comunque. E siccome in casa ci sto sempre poco e sono molto più spesso fuori, ho cercato di abituare i miei figli a bere e mangiare a temperatura ambiente.

D'altronde, se non siamo noi ad abituare i bambini a mangiare e a bere gli alimenti a temperature da quasi ustione, non lo faranno certo da soli questi figlioli, quindi, perché complicarsi la vita facendolo?


mercoledì 13 settembre 2017

Back to school, back to (our) life: ricominciare da dove avevamo lasciato



È il primo giorno di scuola, dopo due anni in un altro paese. Le bambine si sono svegliate in fretta, alzate in fretta, lavate in fretta. L’emozione di cominciare di nuovo da dove avevano lasciato ha preso il sopravvento sul sonno e sulla solita polemica mattutina, anche se Penny ci ha comunque provato a dire che i vestiti scelti la sera prima le davano fastidio. 

È filato liscio, il primo giorno di scuola, tra gli abbracci di amiche ritrovate e mai perse e lacrime di una bambina tanto piccola quanto cresciuta. È filato liscio il primo giorno di nuovi ritmi, di ingressi simultanei ed uscite simultanee, dove io mi sono persa tra aspettare una che non arrivava perché non aveva capito che doveva uscire e un’altra che non vedendomi arrivare era andata a rifugiarsi tra le braccia di qualcuno. Difficile dividersi in due, anche per una mamma.

La giornata è filata liscia ma loro erano provate, provate da un turbinio di sentimenti che sarebbe troppo per noi, figuriamoci per due cuoricini così piccoli e così giovani, così abituati a batter forte e a correre, eppure ancora capaci di emozionarsi per una giornata “normale”. 

Siamo tornate a casa che era ancora presto, con la luce che illuminava questo salone pieno di scatoloni e disordine, e per placare questo loro vagare senza riuscire a calmarsi mi sono giocata il jolly: i timbri. I timbrini Multiprint, fabbricati in Italia con materiali totalmente naturali (gomma e legno), che loro hanno ricevuto in versione brandizzata. È da qualche anno che ce li hanno, eh. Però bisogna saper cogliere il momento, per ogni piccolo oggetto bisogna saper aspettare l’attimo giusto in cui tirarlo fuori. Ed eccolo, quell’attimo, quello in cui loro hanno bisogno di calmarsi, io devo mettere a posto, e disegnare è l’unica cosa che le salva, che le tiene incollate alla sedia, che mi permette di trascorrere anche due ore senza sentirle. Troppe, dite? No, non sono troppe. 

lunedì 11 settembre 2017

9 anni, 6 anni

9 anni.
9 anni di montagne russe, di cambiamenti improvvisi, 9 anni in cui appena imparo "come si fa", tu cambi e mi fai ricominciare da capo.
Bimbo facile e sorridente, dai ricci biondi e guance tonde.
primo compleanno di Alessandro
2 anni

giovedì 7 settembre 2017

Mamme: lavorare o non lavorare?

Sono da sempre una fan dell'autonomia, dell'indipendenza, sia essa degli uomini, delle donne o dei bambini. Non ho mai concepito i legami di dipendenza, nemmeno affettiva: sì, mi piace che una persona - un marito, un fidanzato, un'amica - abbia bisogno del mio affetto, per stare bene, ma mi è sempre piaciuto che avesse bisogno anche dell'affetto altrui. 

Sono cresciuta con una mamma che non ha praticamente mai lavorato, tranne ogni tanto per piacere o per aiutare mio papà. "Non ne aveva bisogno". 

Non ne aveva bisogno in una società in cui l'uomo era quello che portava i soldi a casa - e attenzione, era stato così nel momento in cui mio papà aveva iniziato a guadagnare bene, perché mia mamma aveva iniziato a lavorare a UNDICI anni - la donna quella che accudiva i figli, cucinava e stirava. Mio papà aveva i suoi hobby, i suoi interessi, mia mamma lo aspettava a casa. 

E l'ho trovato sempre enormemente ingiusto. Eppure, dentro di me sapevo che l'unica vera colpa era di mia mamma stessa, che si era fatta andare bene questo sistema. Ogni volta che la sentivo dire "mi lasciava sola per..." le chiedevo: ma perché l'hai permesso? Perché non ti sei presa i tuoi spazi? E forse sono state le mie parole, o chissà la menopausa, ma ha cominciato a farlo. E grazie al cielo, dato che a 60 anni è rimasta vedova.

Ogni volta che sento una donna dire "non lavoro perché posso permettermelo" mi mordo la lingua per non dire quello che penso: penso che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto in questa espressione, perché questa espressione riguarda quasi sempre le donne, solo in minuscola parte gli uomini, e non è una conquista, ma un fallimento. 


Certo, anch'io posso permettermi di non lavorare (oddio, vivendo a Parigi e volendo fare la vita che facciamo, coi viaggi e le cene fuori ecc, mica tanto, ma accontentandosi hai voglia!), ma perché posso? Perché MIO MARITO LAVORA. E perché lui DEVE lavorare per mantenere anche me? Perché è scontato che sia l'uomo a lavorare e la donna possa così permettersi di stare a casa? 

Ogni famiglia si organizza come meglio crede e su questo non c'è nessun dubbio. Per molto tempo ho detto che si doveva lavorare ma in realtà lo dicevo per giustificare la mia scelta, non perché ne fossi convinta. Non giudico chi non lavora, ma questa espressione sì, "perché posso permettermelo". Se sentissi dire "perché mi fa schifo lavorare, perché preferisco stare coi miei figli, perché non ho voglia", sarebbe diverso. È un errore che sta alla base della società, l'uomo lavora, la donna cura la famiglia. Perché deve essere così? Perché uomini e donne non possono avere lo stesso peso? Sento uomini dire "ah, se mia moglie guadagnasse più di me..." certo, e cosa fanno gli uomini per far guadagnare di più le mogli, obbligate ad uscire presto, ad evitare trasferte, a rifiutare salti di carriera perché se non stanno loro dietro ai figli non ci sta nessuno? 

Non sarò io a dirvi se è giusto o meno lavorare. Io sono nata per farlo, ho iniziato a 18 anni e ho sofferto molto quando, per un motivo o per un altro, non ho potuto farlo. Ma le mie motivazioni sono diverse da quelle di chiunque altro e non voglio nemmeno dire che sarò di miglior esempio per le mie figlie perché mia mamma, che non ha mai lavorato, è sempre stato un grande esempio di forza, tenacia, impegno, generosità, non l'ho mai vista come una fancazzista, una mantenuta, o altro. Non esiste certo solo il lavoro, per dare il buon esempio, anzi.

Il mio post però è per tutte quelle donne, mamme, che sono nel dubbio: lavorare o non lavorare? 
Lavorate, e vi dico perché:
- I figli crescono: se è vero che per i primi tre anni hanno tanto bisogno di noi, poi vanno a scuola, e piano piano crescono
- Il mondo del lavoro fa schifo: rinunciare al lavoro oggi per non pagare il nido significa ritrovarsi senza lavoro tra tre anni, quando magari ci rimarrà troppo tempo o sempre troppi pochi soldi, meglio fare un sacrificio per tre anni (bisognerebbe aprire un discorso sul supporto dello Stato e della società, ma va be')
- Il lavoro è un contributo alla società: certo, lo è anche crescere i figli, ma ricordatevi che per i servizi sanitari, per la scuola pubblica, per le strade e il resto dobbiamo pagare, e se nessuno lavorasse... 
- Il lavoro è soddisfazione: c'è anche questo, che non conta poco. Molte volte parlo con o leggo di mamme che si sentono troppo chiuse nel loro ruolo, lavorare aiuta ad aprirsi, a conoscere persone nuove, a mantenere il cervello attivo
- No, i bambini non amano di meno: la presenza di una mamma non si conta nel numero di ore che si passa insieme ma da come si passa questo tempo. Altrimenti i padri non se li filerebbe nessuno, non credete?
- Lavorare riequilibra i ruoli: posto che ogni padre dovrebbe fare il suo a prescindere dall'impegno della mamma, proprio come fa la mamma che fa il suo dovere e stop, se entrambi i genitori lavorano la famiglia è molto più equilibrata da diversi punti di vista, anche emotivo. Certo, esistono uomini che comunque non fanno niente, ma dovete lottare per questo!
- Le differenze di genere... stiamo tanto lì a menarcela sui giochi divisi per sesso, oh mamma che scandalo, e poi "sto a casa perché posso permetterlo...", cioè stai a casa solo perché hai trovato un uomo che guadagna abbastanza (e no, non puoi sapere se guadagna abbastanza anche GRAZIE A TE, perché che ne sai, magari da solo o con un'altra donna guadagnerebbe anche di più!). Non è una critica ma una riflessione che vi invito a fare. Posto - di nuovo - che ogni famiglia ha il suo equilibrio e lungi da me giudicarlo, questo discorso va contro ogni speranza di emancipazione femminile. 

Scelta non è quando si ha accanto un uomo che guadagna anche per noi. Scelta è quando avremo un ruolo paritario e sarà anche l'uomo a dire "sto a casa coi bambini perché posso permetterlo". Allora sì, la nostra sarà una scelta libera, condivisa e non scontata.

Fino a quel momento, care mie, la strada è ancora lunga. E allora meglio lavorare, prima di rimanere fregate. Perché sì, tra l'altro, c'è anche quella possibilità. 

PS Ovviamente per chi non trova lavoro il discorso è ben diverso.
PS2 Nessuno si senta giudicato perché NON è un giudizio, in nessun modo: è soltanto un consiglio da chi sa cosa vuol dire. 

La mamma: il genitore più importante, l'essere umano meno importante

La mamma è il genitore più importante.

Certo, perché porta in grembo il bambino per 9 mesi, lo partorisce, lo allatta, è il suo corpo a dare vita, il suo corpo ad accogliere la vita, ad ogni pianto, ad ogni lamento, ad ogni malanno.
Il papà? In alcune famiglie è un genitore del tutto secondario, una comparsa, quasi può esserci oppure no, che sarebbe uguale.
Peccato. Peccato per i papà, peccato per le mamme e peccato per i figli.
In tutte le altre famiglie, il papà cerca di esserci il più possibile ed è sostanzialmente intercambiabile con la figura materna.

Ottimo.

Ma non raccontiamocela, anche in molte delle famiglie più illuminate, la mamma è sempre la mamma e alcune cose le deve fare lei, spesso perché sono i figli a chiederlo (e certo il papà non li ostacola, eh!).
Insomma, c'è questa convinzione diffusa che la mamma sia il genitore più importante, quando si tratta di rotture di palle, soprattutto.

Amore, il piccolo è sveglio, piange.
E lei si alza.

Certo, perché il sonno della mamma è più ristoratore, gliene basta meno, si sa, no?

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